“La Terra è piatta”

“La Terra è piatta e il Sole le gira intorno”. È quanto sostenuto da una studentessa tunisina dell’Università di Sfax in una tesi di dottorato che riscrive le principali teorie sulla Terra e l’universo rispettando i versetti del Corano. Con il titolo “Il modello della Terra piatta, argomenti e impatto sugli studi climatici e paleoclimatici”, l’elaborato ha creato scalpore in tutto il Paese e nella comunità scientifica mondiale. Dopo settimane di polemiche, la commissione tesi della facoltà cui la giovane è iscritta ha deciso di respingere il lavoro incriminato e il ministero dell’Insegnamento superiore tunisino ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Decisivo è stato l’intervento della fisica e docente Faouzia Charfi, che su Facebook ha invitato gli scienziati a reagire: “Non si può accettare che l’università non sia lo spazio del rigore scientifico, ma quello in cui la scienza è rifiutata perché non conforme all’Islam. Facciamo capire che la scienza non c’entra nulla con la religione”

Wiki che? uichiliss… ghe pensi mi.

Odio e infernoCon una telefonata, senza troppo riflettere, il premier del fare cancella un desiderio di molti italiani e una prospettiva d’oro per i nostri coltivatori: bandire gli ogm.

Siamo nel 2003 quando l’allora ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno annuncia di essere pronto a varare un decreto legge contro le piante geneticamente modificate. Nell’ambasciata americana scatta il massimo allarme: la diffusione delle sementi biotech è uno dei cardini della loro strategia economica. La pressione di Washington è continua, persino sul Vaticano: vogliono ottenere l’appoggio della Santa Sede alla diffusione dei campi ogm nel mondo, presentati come un’arma per combattere la fame.

“Dopo aver espresso il suo continuo appoggio agli sforzi del presidente Bush di diffondere la democrazia, Berlusconi promette che lui non avrebbe permesso al decreto Alemanno di passare al Consiglio dei ministri nella forma in cui gli era stato descritto”. Ed entra in campo l’abilità di Letta: “Nel chiudere la discussione, Letta ha previsto che potrebbero essere trovati dei “meccanismi tecnici o procedurali” per far deragliare la bozza di Alemanno”.

Wiki che? Uichiliss

Odio e inferno«Le sue frequenti gaffe e la povera scelta di parole hanno offeso praticamente tutte le categorie di cittadini italiani e molti leader europei… Ha danneggiato l’immagine del Paese in Europa e creato un tono comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense». «è diventato il simbolo dell’incapacità e inefficacia dei governi italiani nell’affrontare i problemi cronici del Paese: un sistema economico non competitivo, la decadenza delle infrastrutture, il debito crescente, la corruzione endemica».

Nonostante questo, il Cavaliere quando viene «portato per mano» e «fatto sentire importante» si dimostra il «migliore alleato». Perché gli americani hanno una certezza: non esiste alternativa a Berlusconi, non ci sono figure in grado di sostituirlo. E in fondo va bene così, perché «quando lo agganciamo ai nostri obiettivi ci fa arrivare a risultati concreti».

«Berlusconi è incline alle gaffe ed è un po’ clown», la definizione regalata da un anonimo dirigente del Pdl.

«L’Italia non sempre si è dimostrata un partner ideale. Il lento ma reale declino economico minaccia la sua capacità di avere un ruolo nell’arena internazionale. La sua leadership manca spesso di visione strategica – una caratteristica che nasce da decenni di coalizioni instabili o di vita breve. Le istituzioni non sono adeguatamente sviluppate come ci si aspetterebbe da un moderno Paese europeo». «La non volontà o l’incapacità di dare risposte a molti dei problemi cronici creano apprensione tra i partner internazionali e danno l’impressione di un governo inefficace e irresponsabile». Silvio Berlusconi è diventato il simbolo di questa Italietta, con un ritratto degno del “Caimano”: «La sua volontà percepita di porre gli interessi personali prima di quelli dello Stato, la sua preferenza per soluzioni a breve termine invece che per investimenti di lunga durata, il suo frequente uso di istituzioni e risorse pubbliche per conquistare vantaggi elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l’immagine dell’Italia in Europa e hanno creato un tono disgraziatamente comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense».

«La combinazione tra declino economico e idiosincrasia politica ha spinto molti leader europei a denigrare il contributo di Berlusconi e dell’Italia. Noi non dobbiamo farlo. Noi dobbiamo riconoscere che un impegno di lungo termine con l’Italia e i suoi leader ci darà dividendi strategici ora e nel futuro». (DIVIDENDI?) Perché in fondo alla Casa Bianca hanno la stessa visione di Mussolini: l’Italia è una portaerei naturale nel Mediterraneo. «È una piattaforma strategica unica per le truppe Usa, permettendoci di raggiungere facilmente le aree turbolente del Medio Oriente, dell’Europa orientale e dell’Africa. Grazie a questa posizione è diventata la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States. E con Africom sarà partner ancora più significativo nella nostra proiezione di forza». In più il governo «ha dimostrato la volontà anzi la bramosia di collaborare con noi». Insomma, deboli, screditati ma molto comodi: «Berlusconi vuole essere nostro amico: è genuinamente e profondamente devoto alle relazioni con noi. Non è in sintonia con i nostri ritmi e scarsamente credibile, ma il suo ritorno al governo ci ha dato modo di concretizzare risultati operativi importanti». «Finché manterrete contatti stretti incasserete grandi risultati in Italia». «Roma è un posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari».

Noi non ce ne rendiamo conto, ma dal 2008 siamo diventati la più importante roccaforte statunitense del mondo. In Italia ci sono 15 mila militari americani: lo stesso numero dei tempi della Guerra fredda ma con reparti molto più agguerriti e incisivi.

L’unica grande sconfitta è la campagna di Russia. È una questione strategica: l’energia è l’arma più potente di Putin, con cui può ricattare l’Europa. E l’Eni è il grande alleato di Mosca: ha barattato con Gazprom l’accesso ai giacimenti siberiani di gas con concessioni in Libia e Algeria. Washington agisce: Stimola il ritorno al nucleare in Italia, in modo da ridurre la dipendenza dal gas di Putin. «Silvio ha una crescente preferenza per i leader assertivi».

Mazzetta verde

Perle di saggezza [ IX ] - La BancaLega ladrona?

I casi di malcostume e corruzione all’ombra del Carroccio si moltiplicano, tanto che un dirigente sempre abile ad annusare l’aria che tira, come il governatore del Veneto Luca Zaia, ha ammesso l’esistenza di una questione morale dentro la Lega. “Non possiamo permetterci di essere criticati per i nostri comportamenti amministrativi”, ha dichiarato Zaia, “noi della Lega abbiamo il dovere d’essere doppiamente puliti rispetto agli altri, perché da noi i cittadini si aspettano il massimo del rigore”.

Invece proprio dal Veneto arrivano gli ultimi casi di pulizia non proprio perfetta. Il senatore della Lega Alberto Filippi, di Vicenza, è accusato dal faccendiere Andrea Ghiotto di avere un ruolo nella maxi evasione scoperta ad Arzignano, feudo padano e distretto della concia. Una brutta storia di tasse non pagate e di controlli aggirati: le indagini, in corso, diranno se anche a suon di mazzette. A VeronaGianluigi Soardi, presidente dell’azienda del trasporto pubblico cittadino Atv (ma anche sindaco leghista di Sommacampagna), si è dimesso dopo che la polizia giudiziaria è piombata nei suoi uffici e ha sequestrato documenti contabili da cui risulterebbero spese gonfiate e ingiustificate. Camillo Gambin, storico esponente del Carroccio ad Albaredo d’Adige (Verona), è agli arresti domiciliari per una brutta storia di falsi permessi di soggiorno rilasciati in cambio di denaro. Alessandro Costa, assessore alla sicurezza di Barbarano Vicentino, è indagato per sfruttamento della prostituzione: gestiva siti di annunci a luci rosse.

Nel vicino Friuli-Venezia Giulia, il presidente del consiglio regionale, Edouard Ballaman, si è dimesso dopo essere finito nel mirino della Corte dei conti per una settantina di viaggi in auto blu fatti più per piacere che per dovere. In passato, Ballaman aveva realizzato uno scambio di favori incrociati con l’allora sottosegretario all’Interno (e tesoriere della Lega) Maurizio Balocchi: l’uno aveva assunto la compagna dell’altro, per aggirare la legge che vieta di assumere parenti nel medesimo ufficio. Aveva anche ottenuto l’assegnazione pilotata della concessione di una sala Bingo.

In principio fu Alessandro Patelli, “il pirla”, come fu definito da Umberto Bossi: l’ex tesoriere della Lega dovette ammettere nel 1993 di aver incassato 200 milioni di lire dalla Ferruzzi, causando aUmberto Bossi una condanna per finanziamento illecito. Poi a foraggiare il Carroccio arrivò il banchiere della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, che nel 2004 non solo salvò la banchetta della Lega, Credieuronord, da un fallimento clamoroso, ma finanziò generosamente il partito di Bossi con oltre 10 milioni di euro, tra fidi e finanziamenti. Con anche più d’una mazzetta, secondo quanto racconta Fiorani: una parte dei soldi consegnati dal banchiere di Lodi ad Aldo Brancher, parlamentare di Forza Italia e poi del Pdl, erano per Roberto Calderoli. “Ho consegnato a Brancher una busta con 200 mila euro… Quella sera Brancher doveva tenere un comizio a Lodi per le elezioni amministrative… Mi disse che doveva dividerla con Calderoli (poi archiviato, ndr) perché il ministro aveva bisogno di soldi per la sua attività politica”.
Non ha fatto una gran bella figura neppure
Roberto Castelli, che da ministro della Giustizia, tra il 2001 e il 2006, è riuscito a meritarsi un’indagine per abuso d’ufficio per il suo piano di edilizia carceraria, affidato all’amico Giuseppe Magni; e una condanna della Corte dei Conti a rimborsare 33 mila euro, perché la consulenza era “irrazionale e illegittima”.
Aldo Fumagalli, ex sindaco di Varese, è indagato (peculato e concussione) per un giro di false cooperative. Matteo Brigandì, ex assessore al Bilancio della Regione Piemonte, è stato processato per truffa, per falsi rimborsi alle zone alluvionate. Francesco Belsito, sottosegretario alla Semplificazione, esibisce una laurea fantasma, presa forse a Malta. Monica Rizzi, assessore allo Sport della Regione Lombardia, si proclama psicologa e psicoterapeuta senza avere la laurea e senza essere iscritta agli appositi ordini professionali, tanto che la procura di Milano sta indagando per abuso di titolo.

Cattive notizie anche dall’Emilia-Romagna, zona di più recente espansione del Carroccio. Il vicesindaco di Guastalla (Reggio Emilia), Marco Lusetti, a giugno è stato accusato di irregolarità nella gestione dell’Enci (Ente nazionale per la cinofilia) di cui era commissario ad acta: aveva ordinato bonifici a se stesso con soldi dell’ente per 187 mila euro (poi non incassati). Il padre padrone della Lega emiliana, il parlamentare Angelo Alessandri, si è invece fatto pagare dal partito le multe (per un totale di 3 mila euro) per eccesso di velocità o per transito in corsie riservate. Il capogruppo del Carroccio alla Regione Emilia-Romagna, Mauro Manfredini, e altri candidati del suo partito (Mirka Cocconcelli, Marco Mambelli) rischiano invece una maximulta (fino a 103 mila euro a tasta) per non aver consegnato, come prevede la legge, un resoconto preciso delle spese elettorali.

Dov’è finito il partito che inveiva contro Roma ladrona?

Lavoro (& Pomigliano)

Il fumo di terza manoSE esistesse oggi un’Internazionale dei lavoratori, dovrebbe ammettere una catastrofe simile a quella che travolse la Seconda Internazionale nel 1914, quando le sue sezioni nazionali aderirono al patriottismo bellico, e i solenni principii andarono a farsi benedire. L’Internazionale non esiste e la crisi finanziaria ed economica non è (per ora) una guerra armata.

La crisi, restituendo agli Stati un più forte intervento economico – senza per questo ridurre la sovranità delle grandi multinazionali – sospinge il lavoro salariato verso un rinnovato “sacro egoismo”. Pomigliano ha reso clamorosa questa condizione.

Pomigliano è “anomala” dalla fondazione, come ha raccontato Alberto Statera, con la sua combinazione fra una maggioranza di operai venuti dalla campagna e da assunzioni clientelari, e una minoranza di reduci da altre fabbriche e lotte. Si raccontava, il primo giorno dell’Alfasud, che fossero entrati in fabbrica 3 mila operai, e ne fossero usciti 2.980, perché venti erano evasi durante l’orario di lavoro, avendone già abbastanza. Ma l’industria cinese, quella che fabbrica gli iPad, è fatta largamente di contadini scappati dai villaggi.

Un dirigente mandato da Torino al passaggio dall’Iri alla Fiat, nel 1986, avrebbe poi raccontato agli intimi Pomigliano in termini più coloriti del dialogo fra Chevalley e il principe nel Gattopardo. A Pasqua, si aspettavano una gratifica e un agnello. Il manager, magari anche per l’assonanza col nome della dinastia, provò a monetizzare gli agnelli. Uno sciopero lo costrinse a cedere in extremis. Al rientro dopo la festa lo sciopero riprese, e il dirigente costernato si sentì dire che l’agnello avrebbe dovuto essere vivo, e non macellato. Bisognava che prima ci giocassero i bambini. Sarà una leggenda. Anche sull’assenteismo e sulla camorra a Pomigliano corrono storie vere e leggende, utilizzabili a piacere.

Sarà vero che al direttivo provinciale di Cisl e Uil partecipano seicento dipendenti di Pomigliano? Marchionne deve saperlo, e non da oggi. Deve averci pensato almeno da quando ribattezzò la fabbrica col nome di Giambattista Vico, per riparazione: il più grande intellettuale della Magna Grecia. Non bastava un’intitolazione a passare dall’assenteismo alla scienza nuova, e nemmeno la deportazione dei cattivi a Nola. Ma appunto, il colore locale fa comodo a tutti, e anche a rovesciarlo in un ipertaylorismo – parola buffa, perché il taylorismo è iperbolico per definizione, e caso mai bisogna ridere amaro delle chiacchiere sulla fine del lavoro manuale e della fatica. I 10 minuti in meno di pausa – su 40 – la mezz’ora di mensa spostata a fine turno, e sopprimibile, lo straordinario triplicato – da 40 a 120 ore – e una turnazione che impedisce di programmare la vita, sono già un costo carissimo. Aggiungervi le limitazioni allo sciopero e il ricatto sui primi tre giorni di malattia è una provocazione o un errore, di chi vuole usare Polonia e Cina per insediare un dispotismo asiatico in fabbrica qui, quando la speranza è che l’anelito alla dignità e alla libertà in fabbrica faccia saltare il dispotismo in Cina.

Non c’è l’Internazionale, viene fomentata la guerra fra poveri, si fa la guerra ai poveri, questa sì dappertutto. Perché l’altra lezione venuta in piena luce grazie a Pomigliano è che la storia degli operai “garantiti” opposti ai “precari” era del tutto effimera, e i nodi sono al pettine, per operai e pensionati. Termini Imerese chiude, Pomigliano chissà, Mirafiori… Chi garantisce chi? Dei due modelli presunti – lavorare di meno o consumare di più – è destinato a prevalere, da noi ricchi, il terzo: lavorare di più e consumare di meno.

bancarotta. Che cosa succede ai cittadini?

Perle di saggezza [ IX ] - La BancaCosa significa fallimento per uno stato? E chi lo dichiara?
Il fallimento di uno stato indica che quel paese non è più in grado di far fronte ai debiti e agli interessi che maturano su questi. A dichiarare questa insolvenza può essere il governo o vari indicatori internazionali. Uno dei più riconosciuti è quello di Standard & Poor.

Cosa fa lo stato quando fallisce?
A differenza del fallimento di una banca o di un’azienda, non esiste un tribunale che può costringere uno stato a pagare i suoi debiti e le istituzioni internazionali non possono comunque violare la sovranità di un paese. E’ importante però capire che un “default” (termine con cui si indica un fallimento) non è mai totale, ma ci sono diversi livelli. Per semplificare, un paese punta sempre a “ristrutturare” un debito, ovvero cerca di raggiungere un accordo per cui invece di restituire la cifra pattuita, restituisce una cifra inferiore o spalmata su più anni.

Quali sono gli effetti sui dipendenti pubblici? E sulle tasse?
Se uno stato non ha più soldi con cui pagare i debiti, deve agire necessariamente sui suoi conti. Questo può avvenire in due modi: aumentare le entrate (alzando le tasse) o tagliare le spese. Nel secondo caso le voci più importanti sono tre: salari dei dipendenti pubblici, pensioni e sanità. E’ quindi inevitabile che il governo agirà con forza su queste tre voci. Tanto per riferirsi all’esempio greco, gli stipendi dei dipendenti pubblici sono stati tagliati di oltre il 20% e l’Iva alzata di 2 punti (e forse salirà ancora).

E sui servizi pubblici?
Il discorso fatto per le persone vale anche per i servizi. Se lo stato deve tagliare le spese, agirà con riduzioni dei salari e degli organici dell’amministrazione, influendo negativamente su tutti i servizi erogati. Sanità e pensioni sono due delle voci più “costose” del bilancio statale ed è assai probabile che finiscano per essere ridimensionate.

Che succede a chi ha dei titoli di stato, bot ecc?

Innanzitutto la cedola, che permette di incassare ogni anno una certa quota di interessi, non viene corrisposta, del tutto o in parte. Al momento della scadenza del titolo inoltre non si potrà più tornare in possesso del proprio investimento. A questo punto però è probabile che lo stato agisca invitando a una ristrutturazione del titolo. In poche parole: ti ridò qualcosa domani perché oggi non mi è possibile. In ogni caso un evento del genere porta al crollo o all’azzeramento del valore del titolo, con possibilità pressoché nulle di rivenderlo.

C’è un pericolo per i conti correnti? Sono garantiti?
La situazione è piuttosto complessa. Se lo stato non può pagare le banche con cui ha contratto un debito (perché magari hanno comprato titoli di stato), queste inevitabilmente si trovano senza liquidità e rischiano di fallire a loro volta. A tutto questo si deve aggiungere il piano psicologico dei mercati: se c’è il sentore di un fallimento, parte l’assalto agli sportelli e non c’è istituto che possa resistere al prelievo contemporaneo di buona parte dei suoi clienti. La copertura di garanzia dei conti correnti, decisa dalla banche centrali, non è mai totale e in caso di una crisi delle proporzioni di un fallimento di uno stato, non è detto che si trovino davvero le risorse per sostenerle.

E per i mutui?
Anche qui, dipende dalla banca. Quando si attiva un mutuo la proprietà dell’immobile è della banca, da cui si compra l’immobile stesso attraverso quote periodiche. Se l’istituto dichiara bancarotta, la proprietà dell’immobile resta della banca, che al momento della cessione dei suoi beni per ripianare i debiti, potrebbe cederla ad altri enti. E’ anche vero che, come dimostrato dall’esempio americano, in caso di crisi generale il valore del mercato immobiliare potrebbe crollare tanto da rendere non conveniente continuare a pagare il mutuo con i prezzi fissati in periodo di stabilità.

Un po di Paolo Rossi

Facebook liteDice Rossi che «ci sono molte forme di censura. C’è quella dei cortigiani, come in questo caso. Burocrati che si svegliano un paio d’ore prima delle persone di talento, per avere il tempo di sforbiciarne il lavoro. Poi c’è la censura del re. Ma c’è anche la censura di chi il proprio talento lo sacrifica, si vende al mercato, purga le proprie opere.

L’unico collega di cui parlo è il presidente del Consiglio: un uomo di spettacolo, il più adatto a governare la società dello spettacolo».

«In questi trent’anni in Italia è accaduta una rivoluzione culturale, che ha trasformato i cittadini in spettatori. Tutti sono stati coinvolti, anche la sinistra. Gli unici che non si sono adeguati, che hanno continuato a lavorare per strada, magari avendo in tasca ancora la tessera del vecchio Pci, sono i leghisti. La Lega è l’unica forma di resistenza al virtuale. Purtroppo, a differenza di Alberto da Giussano, è salita sul carro dell’imperatore. Per il resto, non credo ci sia molta differenza tra le feste azzurre del Pdl e la festa dell’Unità o come si chiama adesso. Festa democratica, mi dicono. Da tempo, dalla canzone di Gaber in poi, i parametri di destra e sinistra non sono più validi.

Si chiamava Pianeta Craxon lo spettacolo che Rossi faceva al Derby nel 1980. «Uno dei personaggi era Berlusconi. Mi chiedevano: “Perché te la prendi con un imprenditore edile?”. In realtà lui aveva già cominciato a comprarsi l’Italia. Per prima cosa cambiò la comicità. La tv impose il passaggio dalla narrazione al tormentone, dalla tradizione latina alla battuta anglosassone, frantumabile dagli spot. Poi ha cambiato tutto il resto. Denunciare la malefatte di Berlusconi è inutile: vince perché in tanti si identificano nel primattore, che è anche un po’ primattrice; in tanti vorrebbero vivere nel suo film. Non lo dico per snobismo: sono uno che considera i propri film migliori quelli girati con i Vanzina. Ma la tv ha sostituito valori autentici con altri falsi, ha innalzato vitelli d’oro, anzi maiali d’oro. Per fortuna, ora la tv è morta. Tra un po’ sarà modernariato, come i registratori Geloso ». Sicuro? «Sì. Prima il cinema uccise il teatro. Poi la tv uccise il cinema. Ora la rete uccide la tv, e con il passaparola rilancia il teatro. Il celebrato Raiperunanotte di Santoro alla fine era uno spettacolo dal vivo, in un Palasport». Non guarda proprio nulla in tv? «Ogni tanto, Amici o X-Factor. Selezionano ragazzi preparati, a cui però manca il “duende”, quell’estro che non si insegna ma si può uccidere». Morgan? «Di questa storia colgo solo l’aspetto umano. Nella mia vita artistica ho visto, indirettamente e no, parecchi inferni. Quando lo spettacolo è finito e dalle uscite laterali sbuchiamo nel silenzio e nel buio, capita di cadere in certi guai».

Così truccavano il voto

Il nano ha cambiato anche la legge sul colpo di statoNove aprile 2008, quattro giorni prima delle elezioni politiche che riporteranno Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Gli investigatori della procura di Reggio Calabria stanno intercettando da mesi Aldo Miccichè, imprenditore condannato a 25 anni di carcere per vari reati e ritenuto dagli inquirenti uomo vicino al clan Piromalli.

Miccichè spiega i metodi che avrebbe usato per far vincere il candidato senatore del Pdl: bruciare le schede elettorali, a pacchi, con la benzina. Quelle, almeno «che sicuramente non sarebbero state nostre». I rapporti tra Miccichè ed esponenti di spicco di Forza Italia sono di vecchia data: dalle carte dell’ultima inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nel porto di Gioia Tauro risultano i contatti tra Micciché e Marcello Dell’Utri, fedelissimo di Berlusconi e imputato per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo.

Miccichè al telefono parla di soldi che deve avere ( «devo darli ai calabresi, sennò sono fottuto. Pure con i siciliani e i campani»), racconta di aver mandato materiale «ad Arcore», e chiosa di «operazione Campania», «operazione Veneto» e quella «calabrese». «Devo dirti» dichiara all’uomo della Contini «che Marcello lo ha toccato con mano».

«Fagli capire che la Piana (di Gioia Tauro, ndr) è cosa nostra, che il porto l’abbiamo fatto noi, fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi…Fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o sulla Jonica, o si muove al centro, ha bisogno di noi. E quando dico noi, intendo Gioacchino e Antonio (Piromalli, ndr). Mi sono spiegato?».

Ezra Pound

Oscar elettoraleMary de Rachewiltz, figlia dell’Omero americano del Novecento, riflette sulle contraddizioni del doppio ritorno poundiano.

A partire dalla sua visione della storia perché, spiega, «a lui interessava l’etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio». È una difesa che la signora de Rachewiltz, traduttrice e filologa dell’opera paterna che vive a Tirolo di Merano, si concede con disagio. Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni». Ma decide di intervenire, anche se il terreno è scivoloso, per offrire qualche indizio di ricerca a quanti vogliono addentrarsi in una «questione tormentata e carica di ipocrisie». La sua traccia d’esordio riguarda i malintesi sul rapporto America-Italia da parte di coloro che sostengono di voler recuperare Pound. Chi, da sinistra, emancipandolo dalla «radiazione» decretata nel dopoguerra e presumendo che avesse rinnegato le proprie idee. Chi rivendicandolo alla destra, magari quella estrema di CasaPound. Spiega: «Ci si dimentica che furono gli italiani, e intendo i fascisti, i primi a non fidarsi di lui. La sua filosofia sociale — e adesso si ammette che non era lontana dalla dottrina di Keynes — era scaturita da una folgorazione mentre studiava le carte fondative del Monte dei Paschi e vagheggiava un’Italia antiborghese in grado di recuperare la tradizione e rinnovare il Rinascimento. Sognava un Paese che rifiutasse il capitalismo trionfante in America, dove per lui erano stati stravolti i valori dei Padri Pellegrini, basta scorrere il suo libro Jefferson and/or Mussolini per sincerarsene. Voleva una gestione morale dell’economia, attraverso l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del processo del denaro che produce denaro, ossia il divinizzato mostro dell’usura che è motore dei circuiti finanziari… Sraffa lo invitò a parlarne alla Bocconi, nel 1933, ma dubito sia stato capito».

Il poeta, racconta Mary, che con la madre Olga Rudge lo seguì fino alla morte a Venezia, nel ’72, era «un uomo dalla fierezza gentile, un altruista estraneo a qualsiasi forma di violenza». Caratteri testimoniati pure da Eliot, Joyce, Hemingway e tanti altri che beneficiarono della sua generosa intelligenza e amicizia.

Aveva detto: “È dovere di ognuno tentare di immaginare un’economia sensata, e tentare di imporla con il più violento dei mezzi, lo sforzo di far pensare la gente”».

Aveva una visione dantesca ed era molto critico verso Roosevelt, che era sceso in conflitto con l’Italia, e verso i finanzieri di Wall Street (e, faccio notare, che cosa dice in questi giorni il presidente Obama contro le banche?), in larga parte ebrei, ciò che favorì l’accusa di antisemitismo.

Va considerato che Pound era un poeta, e quando un poeta si arrabbia pronuncia frasi terribili, sragiona, e lo stesso Dante bestemmiava contro la sua patria… Era tempo di guerra, una guerra che le parole dei poeti non potevano fermare.

Quando mio padre Vito trattava con i boss mafiosi

 un testimone che ha un nome molto pesante. Da paura. Si chiama Ciancimino. Non è solo un omonimo del potente don Vito e nemmeno un lontano parente: è suo figlio. Parla dei segreti che il padre si è portato nella tomba. Parla di Totò Riina e Bernardo Provenzano, di patti con lo Stato e stragi. La sua verità è dentro sette interrogatori che sono stati secretati. E spediti ai magistrati di Caltanissetta che indagano sull’uccisione del procuratore Borsellino. 

L’ultimo mistero siciliano si nasconde nei ricordi del più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo, lo scapestrato e spericolato Massimo dalla dolce vita, lussi e jet set, barche, Ferrari, ville, feste e tanti "piccioli". È questo quarantacinquenne che fino a qualche tempo fa sembrava ancora il ragazzino viziato e prediletto da papà che sta rivelando le trame della "stagione dei massacri", le bombe di Capaci e di via D’Amelio del 1992, quelle altre che portarono morte nel 1993 a Firenze e a Roma e a Milano. 

Massimo Ciancimino ha cominciato a riempire verbali nel giugno 2008 – ascoltato dai sostituti procuratori palermitani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo – e da allora non si è più fermato. Tecnicamente è un teste. Nella lista accanto a lui ci sono però altri due uomini: Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè. Due pentiti. Tutti e tre descrivono cosa accadde – secondo loro – nei mesi fra l’uccisione di Giovanni Falcone e i morti dei Georgofili. Raccontano di trattative fra mafiosi e ufficiali dei carabinieri. 

Il giovane Ciancimino smonta le ricostruzioni fatte in più processi dal generale Mario Mori. Sui tempi di quelle trattative (retrodatandole a prima della strage di via D’Amelio) che il generale, quindici anni fa vicecomandante dei Ros, avrebbe avuto con suo padre. Incontri per catturare latitanti. Incontri per negoziare la fine della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato italiano. Incontri per trovare un "accordo" per la salvezza dei familiari dei boss. Ciancimino junior svela anche di aver saputo direttamente da don Vito dell’esistenza di richieste scritte avanzate dai padrini e inoltrate – tramite il generale Mori, che però ha sempre negato – a misteriosi destinatari. Fogli firmati personalmente da Totò Riina. 

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