La molecola del giudizio

Speriamo che ci pensi lei. La proteina laminina-alfa-cinque potrebbe sembrare un alleato improbabile per i genitori alle prese con un figlio adolescente. Eppure il suo ruolo è assai prezioso in famiglia. La molecola si occupa infatti di domare le sinapsi bizzose e i neuroni spettinati del cervello dei teenager. Lo hanno scoperto gli scienziati dell’università di Yale studiando i topi. Gli animali di laboratorio non sono esattamente sovrapponibili ai nostri ragazzi, ma al ruolo della laminina-alfa- cinque la rivista Cell Reports dedica una pubblicazione, accompagnata da un comunicato stampa intitolato: “La molecola della maturità che aiuta il cervello degli adolescenti a crescere”.

Intorno ai 12 anni – è quel che già si sapeva – il cervello si ritrova ricco di neuroni e sinapsi. Le cellule e le loro connessioni si sono accumulate in maniera disordinata nel corso dell’infanzia, un periodo caratterizzato da un apprendimento tumultuoso. Tra i 20 e i 25 anni, alla fine del processo, le sinapsi si sono ridotte anche del 40% e il volume della materia grigia è diminuito. Nel frattempo è maturato quel lobo frontale che ci regala capacità di giudizio e controllo degli impulsi.

Cosa accade lungo questo decennio tumultuoso era rimasto un mistero, dal punto di vista biochimico. La scoperta della “molecola della maturità” non basta certo a spiegare tutto nel processo, né è chiaro quando inizi esattamente a fare effetto, ma rappresenta un primo mattone. “Molto importanti sono anche i vari fattori di crescita, come ad esempio il Ngf scoperto da Rita Levi Montalcini” spiega Luca Passamonti, neuroscienziato del Cnr e dell’università di Cambridge, autore l’anno scorso di un’altra ricerca sul cervello degli adolescenti. Il ruolo della “proteina del giudizio”, scrive Cell Reports, è stabilizzare il garbuglio di neuroni cresciuto nei primi anni di vita. “Prima dell’età adulta le sinapsi tra i neuroni sono, direi, selvagge. Si riducono, crescono, destabilizzano perfino le sinapsi vicine ” scrive il coordinatore dello studio, lo scienziato di Yale Anthony Koleske. “Nel cervello maturo le sinapsi appaiono molto più ordinate. Sono più piccole e “ben educate”".

Nei topi in cui veniva inibita la produzione di laminina-alfa-cinque la maturazione dei neuroni era limitata e il cervello adulto finiva per restare povero di connessioni. Ottenere sinapsi “ben educate”, scende nei dettagli Passamonti, vuol dire “renderle robuste e sufficientemente stabili nel tempo. Niente è permanente nel cervello, che è molto plastico, ma se non subiscono questo processo di stabilizzazione, le sinapsi non sopravvivono e non sono funzionali “.

In un’età ricca di stimoli e di esperienze, in cui il cervello è ottimizzato per apprendere, le connessioni fra neuroni si rimodellano a ritmi sostenuti. “Ogni volta che impariamo qualcosa, le sinapsi subiscono un cambiamento. Ma occorre che raggiungano una certa stabilità, se vogliamo mantenere la conoscenza acquisita” spiega Mitchell Omar, sempre di Yale. Il cervello dei bambini è pieno di questi collegamenti fra neuroni (molto meno quello degli adulti). “Ma un aspetto chiave della maturazione
- precisa Passamonti – è che le sinapsi vengano rese robuste, dopo essere cresciute e maturate a sufficienza. Se questo non avviene, non sopravvivono, diventano deboli, sono usate poco e alla fine vengono “potate”. Proprio come i rami secchi di un albero o di una vite”.

Se pensate sempre al sesso

Quando ci sorprendiamo a pensare al sesso, capita di chiederci se il nostro non sia un pensiero fisso, troppo presente nella nostra mente. Per venire incontro ai nostri dubbi, Focus ha pubblicato un articolo la cui tesi di base è la seguente: tutti gli animali che si riproducono per via sessuata pensano all’accoppiamento, persino i vermi o i pesci. I maschi di queste specie, per la precisione.

Non preoccupiamoci più di tanto, dunque, visto che una ricerca pubblicata sull’autorevole Nature ha spiegato i meccanismi che regolano questo chiodo fisso: è stato identificato un gruppo di neuroni presenti nel cervello maschile che hanno il compito specifico di ricordare lo scopo principale dell’esistenza animale, cioè la riproduzione. Questo costante promemoria penalizza l’altro bisogno fondamentale degli esseri viventi, cioè nutrirsi.

Persino il verme Caenorhabditis elegans, che di neuroni ne ha pochi, nel momento della maturazione sessuale inizia a considerare il sesso una priorità. E fin qui, tutto bene. Ma quante volte esattamente pensiamo al sesso durante il giorno? Una recente ricerca americana, è sempre Focus a darne conto, ha calcolato una frequenza media di 19 pensieri sessuali al giorno per i maschi e 10 per le femmine. Con l’aggiunta che i maschi pensano anche 18 volte al giorno al cibo e 11 al sonno. A riprova che i maschi, in fondo, sono “animali” semplici con bisogni fondamentali.

“L’INTELLIGENZA EROTICA”

Il primo organo sessuale da stimolare? Il cervello, perché spesso è proprio lo strumento migliore per affascinare e per sedurre. Lo confermano anche diverse ricerche. Come quella dell’Università di Lovanio, in Belgio, in cui si afferma che la mente e i pensieri erotici sono alla base dell’orgasmo femminile. Gli input intellettivi, legati a fantasie o a stimolazioni verbali, facilitano nelle donne il raggiungimento dell’apice del piacere, al di là dell’aspetto prettamente fisico.

E sul fronte maschile? Uno studio dell’Università di Toronto ha scoperto che negli uomini l’erezione è cerebrale. La scintilla che la provoca in modo automatico, davanti a delle scene hard, è scatenata dai neuroni specchio, le cellule nervose motorie che si attivano quando si guardano compiere delle azioni e che risuonano nella nostra mente come se fossimo noi stessi a compiere quei gesti.

Fare l’amore con il cervello dell’altro è quindi il primo passo per creare feeling ed entrare in una relazione profonda, che vada oltre l’aspetto estetico e corporeo. E ogni giorno abbiamo la possibilità di sperimentarlo, non solo nella vita reale, ma anche online, dove le conversazioni spesso vanno avanti solo se ci sono stimoli mentali. Per capire come sfruttare al meglio l’intelligenza erotica nelle diverse tappe di una relazione, abbiamo raccolto i suggerimenti della psicoterapeuta e sessuologa Nicoletta Suppa (www.nicolettasuppa.it).

Partiamo dal termine sapiosexual: che cosa vuol dire esserlo?

“Dal latino sapiens sexualis, indica quel tipo di persone che hanno una forte attrazione sessuale per l’intelligenza. Vuol dire utilizzare la propria mente per attivare eroticamente il corpo, facendosi appassionare dalla capacità di ragionare dell’altro, dal modo in cui si approccia al mondo. Non è legato al nozionismo e ai titoli accademici, ma è un coinvolgimento che si basa su uno scambio di stimoli culturali brillanti, conversazioni che portano a riflessioni nuove, intrighi mentali che non smettono di spronare la curiosità reciproca. È una seduzione che vive e si nutre di parole, di dialoghi e di esperienze che accrescono e ampliano la propria visione del mondo”.

 Quindi la capacità che si mette in gioco è l’intelligenza erotica…

“Si sfruttano il proprio immaginario e la creatività legata al sesso per innescare e/o accrescere il desiderio. Molti fanno l’errore di voler vedere separate le fantasie erotiche dalla realtà, perché spesso queste sono lontane da ciò che si sperimenta col partner, oppure sono avvertite come eccessivamente trasgressive. Eppure è grazie a queste che si sollecita l’eros e che la libido resta viva, anche dopo anni di relazione”.

 Come va sfruttata al meglio?

“Può essere utile per capire se abbiamo incontrato il partner giusto, per sedurlo o per mettere un punto alla storia. L’immaginazione sessuale è un valido strumento per testare, ad esempio, se abbiamo una buona intesa col partner in base a quanto è presente nelle nostre fantasie e in che modo lo è. Inoltre possiamo sfruttare i nostri pensieri per aumentare la nostra carica erotica, raccontandole al partner per stimolare nuovi giochi di seduzione”.

Perché gli intrighi mentali sono quelli più adrenalinici, che amplificano ogni incontro rendendolo unico?

“Sono tali perché si basano su un’aspettativa. Ciò che è mentale non è  ancora consumato, per questo genera desiderio sessuale e accresce le sensazioni corporee, che contrariamente potrebbero esaurirsi in breve tempo. Inoltre, l’intesa cerebrale aiuta a creare quella complicità di coppia caratterizzata dall’unicità di un legame, come un’affinità elettiva”.

 ECCO COME APPLICARE L’INTELLIGENZA SESSUALE NELLE VARIE FASI DI UNA RELAZIONE

 Durante il flirt, per scoprire l’altro

In questa prima fase del rapporto va sfruttata per creare l’intesa e per scoprire come seduce il partner, oltre a comunicare il proprio fascino. Nella pratica, potete scambiarvi degli sms sensuali, quando siete distanti, non badando alla “realizzabilità” di ciò che scrivete, ma facendo viaggiare la fantasia. Si tratta di creare un gioco erotico basato sulla tensione del desiderio. Altra possibilità: tirate fuori tutta la vostra ironia (è sexy), cercando di tenere un ritmo di conversazione che sia sempre in crescendo e spinga l’altro a mettersi in gioco.

In una storia già avviata, per rafforzare il legame

In questo caso questa capacità può servire ad arricchire la condivisione sessuale che già è presente su un piano fisico. Per applicarla il consiglio è di “parlare eroticamente”. In una coppia che già fa l’amore è importante non limitarsi solo ai gesti, ma verbalizzare anche le proprie fantasie. Quindi, quando si è in intimità, è importante svelarsi in modo sempre diverso rispetto alle proprie esigenze.

Nel matrimonio, per mantenere vivo il desiderio

La relazione stabile, la condivisione del quotidiano e la lunga durata del rapporto sono fattori che generano un vissuto di sicurezza e di affidabilità. Questo però alla lunga può spegnere il desiderio, che invece ha bisogno di rivitalizzarsi di continuo. Lo si può fare anche “mantenendo una distanza” dal partner, per poi far ripartire la passione e il senso di conquista.

Per tale ragione l’intelligenza erotica può servire a ripristinare un velo di mistero e di curiosità reciproca, che favoriscono l’attrazione sessuale. Dunque, va applicata per sollecitare noi stesse e l’altro. Come? Ad esempio, regalate al vostro partner un libro erotico che avete letto o che volete leggere insieme a lui. Oppure immaginate una situazione hot inusuale e nuova per la vostra coppia e raccontatela a lui, divertitevi a fantasticarci sopra e poi chiedetegli di fare il contrario, di proporvi la sua alternativa. Ma attenzione, meglio non concretizzarla, almeno nell’immediato: saranno le vostre menti a “incontrarsi”, non ancora i vostri corpi. Questo vi aiuterà a “trasgredire maggiormente”, generando voglia nel partner e un rinnovato interesse sessuale.

Sex toys per uomini

Oltre alle vagine artificiali, calco delle famose porno star (e non) vediamo un po’ cosa c’è sulla piazza.

– Adjust ring è l’anello al silicone da posizionare alla base del pene. Serve per un’erezione su misura. Per la precisione “taylor-made erection”;
– Xtend boy è la guaina nera morbida che si “calza” e serve ad allungarvelo momentaneamente del 30%;
– Dib bang bang è il nome di un masturbatore coreano ipertecnologico che sembra una capsula di Prozac gigante. Ci vuole una laurea in ingegneria per capirne l’utilizzo;
– Jnaja è impronunciabile ma è un cockring sottile e performante. Disponibile in 8 misure e in due colori. Nero, va bene. Rosso mi dà da pensare;
– Rise è una sorta di maniglia. A me, tanto signora in stile Mrs Doubtfire, ricorda una presina per tegami bollenti. Al posto del manico però si inserisce altro. Vibra, è waterproof e ha il cavo usb per la ricarica;
– Svr sarà sicuramente un acronimo della ditta giapponese che lo produce. Sembra un elegante portachiavi, pesa solo 25 grammi ed assomiglia ad una lente – in questo caso senza vetro – da investigatore privato. Anziché rilevare impronte digitali, si “indossa” e con le sue 7 modalità di vibrazione, garantisce un piacere unico;
– Nuo suona come la negazione di uno dei Pooh, invece è un massaggiatore prostatico con cui si gioca a distanza: basta scaricare l’applicazione o attivare la penna in dotazione che funziona come la bacchetta di un direttore d’orchestra.

Il top degli oggetti del piacere che ha vinto una sfilza di premi sia per il design, sia come uno dei migliori sex toys maschili 2016, si chiama Xpander: è il risultato di una ricerca condotta da urologi e sessuologi tedeschi e consiste in uno stimolatore ergonomicoche si comprime fino al 50% per dilatarsi successivamente e assicurare il massimo del piacere in tutta la sua… pienezza. E’ garantito 10 anni.

L’amore è come il cioccolato: crea dipendenza

L’amore è come il cioccolato: crea dipendenza. Banale? Forse. Ma una somiglianza tra la barretta di cacao e il cuore c’è: tutto bene finché ne puoi mangiare a volontà; cominciano i guai se smetti da un giorno all’altro; sono dolori quando sei costretto a farlo e non lo scegli.
Basta un pezzetto di cioccolato — nella fattispecie incrociare per caso l’ex amore della vita anche solo di sfuggita o per uno di quegli inutili chiarimenti definitivi (e mai definitivi) — per desiderare di farne fuori dieci confezioni all’istante. Helen Fisher arriva a dire, ma è una provocazione, che «l’amore romantico fa molto di più di una dose di cocaina: se non altro, l’effetto della cocaina passa; l’amore romantico diventa un’ossessione». Il che lascia poche speranze.

Sul Guardian, però, il neuroscienziato Dean Burnett ha dato un senso ai pomeriggi buttati via a ciondolare tra il divano e il letto, con il telefono acceso, ma silenziato, e le tapparelle abbassate, svolgendo come unica attività di concetto quella di soffiarsi il naso. Lui scrive, citando lo studio sulle Basi neurologiche dell’amore romantico di Andreas Bartels e Semir Zeki, che quando siamo innamorati aumenta la produzione della dopamina e dell’ossitocina, che sono i neurotrasmettitori della felicità. Si innesca, cioè, un meccanismo di ricompensa che associa queste due molecole alla vista del partner. In assenza del partner, dobbiamo fare a meno anche della ricompensa.

È il cervello, bellezza, e tu non ci puoi far niente. Non a caso Burnett ha intitolato il libro in cui se ne occupaThe Idiot Brain. «Però una cosa bisogna sottolinearla», spiega il suo collega Alessandro Perin, neurochirurgo dell’Istituto Carlo Besta di Milano. «Dobbiamo ricordare chi copia chi. Sono le sostanze tossiche che battono gli stessi circuiti vitali del piacere e non viceversa. Quando siamo innamorati ossitocina, dopamina e serotonina vanno a spegnere la reazione di attacco e di paura dell’amigdala. Se cala la loro produzione, entriamo in astinenza».

Raffaele Morelli, dopo decenni di cuori infranti ricomposti nel suo studio milanese, riconosce l’infallibilità di un solo modo, per venirne fuori. «Come per le droghe, bisogna smettere di colpo, immediatamente, rompendo qualunque tipo di collegamento con l’altro, senza più frequentare gli stessi posti o gli stessi amici. È la nostra grande occasione per chiudere e ricominciare. Il dolore, se lo accogliamo senza ragionamenti, come arriva se ne va».

I 10 luoghi dove fare l’amore

Il vecchio Kamasutra? A quanto pare è davvero superato. Ne è convinta la sessuologa britannica Tracey Cox, secondo la quale le posizioni migliori per fare sesso con il proprio partner sono solo dieci, così come dieci sono i luoghi nei quali bisognerebbe sperimentarle. L’esperta ha spiegato che nella vita sarebbe bene provarne almeno quattro per essere davvero soddisfatti. Alcuni luoghi sono scontati, altri decisamente più originali. Ma perché la propria camera da letto non basta?

Il pericolo di essere colti in flagrante renderebbe il tutto più piccante e divertente, e anche per questo, permetterebbe di cementare il rapporto. Con un avvertimento: prima di lasciarsi trasportare dalla passione è sempre bene pianificare la fuga.

  1. Auto
  2. La tenda
  3. La campagna
  4. Mare, piscina o vasca idromassaggio
  5. Sotto il sole
  6. Il cinema
  7. La lavatrice
  8. Il terrazzo di un hotel
  9. L’altalena
  10. Cimitero

10 frasi killer quando litighi con lui

1. Con tutti i problemi che ho ti ci metti anche tu…
In questo modo gli stai dicendo: vieni dopo i miei problemi e sei a tua volta un problema. Indica in qualche modo l’inclusione dell’altro solo nella sfera problematica. Significa che non ti capisce, che non è in grado di comprendere né tantomeno di alleviare i tuoi problemi. La puoi sostituire semplicemente con un po’ di grazia. “Amore, perdonami, non sono dell’umore giusto, ho un po’ di problemi, anzi ti va se ne parliamo?”

2. Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te…
Le cose che hai fatto per lui e con lui, invece di essere fonte di piacere o gioia diventano privazioni. Rinfacciare al tuo uomo le cose materiali e non, date e messe in gioco nella relazione, ti rende vittima e generi un senso di colpa nell’altro che a quel punto diviene, per difesa, aggressivo, generando un circolo vizioso in cui si fatica a comprendere la differenza fra vittima e carnefice. Questa espressione puoi sostituirla con: “ho agito sempre per il tuo ed il nostro bene, in buona fede. Magari ho sbagliato, ma involontariamente”.

3. Dovevo dar retta alle mie amiche, loro sì che hanno capito chi sei
Questa frase di uso comunissimo, indica una divisione netta in squadre. Tu e le tue amiche da un lato ed il partner, visto come il nemico, l’estraneo, l’avversario nella squadra opposta. È infelice perché oltre ad indicare esclusione, sottolinea che il gruppo, quello affiatato, quello di cui ci si fida e da cui ci si sente amate, sono le amiche, non la coppia. Il pericolo è di creare un distacco e un senso di non appartenenza che può allontanare definitivamente.

4. Non ne fai una giusta! Lascia, faccio io….
Lo svilimento del proprio compagno, costante in molte relazioni, va contro l’elemento base di una relazione affettiva: l’amore. Chi ama, sprona, incoraggia, stimola. Questa frase sottolinea invece l’incapacità dell’altro generalizzata a molti aspetti, perché equivale a dire che sbaglia in tutto, quindi è sbagliato. E’ l’annientamento totale del partner, la squalifica assoluta di tutte le sue capacità. Senza stima, l’amore non esiste. E meglio sostituirla, aggiungendo un po’ di ironia e un tono scherzoso, come se il suo essere un po’ imbranato fosse suo pregio poiché ci fa sorridere, dicendo “Anche io non ci riesco mai, dai proviamo insieme”.

5. È tutta colpa tua
Scaricare colpe e quindi responsabilità sull’altro è una tecnica comunicativa usata frequentemente. Agli occhi del partner questo atteggiamento, antipatico e molto pesante da sopportare, molto spesso ha l’unico scopo di giustificare la colpa stessa: “io ho sbagliato proprio perché tu sei così…” Se lui ha mancato in qualcosa sente già il peso dello sbaglio commesso a cui non ne andrebbero aggiunti altri. Una persona che ama a questo punto potrebbe dire “se hai sbagliato in qualcosa, si può sempre rimediare, dimmi se e come posso aiutarti”.

6. Te l’avevo detto
Queste parole generebbero rabbia in chiunque. Molti spesso se la sono sentita ripetere dai genitori ed infatti crea irritazione, perché sposta il potere all’interno della relazione: l’altro ci tratta come un bambino. È una affermazione tipica di chi tende in maniera ossessiva a puntualizzare fatti, colpe , eventi e mancanze. La precisazione costante è assolutamente deleteria nella relazione di coppia poiché crea una dinamica impari. Per sostituire una frase così ci vuole solo la capacità di creare squadra e complicità con il partner, magari dicendo: “lo avevamo detto che sarebbe potuto accadere”.

7. Maledetto il giorno che ti ho incontrato
Chi pronuncia questa frase vuole distruggere l’altro, accusandolo in qualche modo di averle rovinato la vita. Lui diventa la fonte di ogni colpa e di ogni dolore, caricandolo di responsabilità che in realtà vanno spartite se si vive un rapporto infelice. Perché si dimentica che, malgrado l’incontro avvenuto in un “maledetto giorno”, poi c’è stata una scelta, consensuale, di rincontrarsi, vedersi, frequentarsi e stare assieme.

8. Il mio ex era più bravo
Sottoporre il tuo attuale compagno ad una specie di esame per avere un posto sul podio di una ipotetica classifica dei precedenti uomini, è forse tra tutte la cosa peggiore che si possa dire per il gran numero di significati che contiene. E’ come se gli stessi dicendo: “il mio ex era meglio di te, anche in una sola cosa, ma era migliore. E poi ancora penso a lui, tu non sei alla sua altezza, quindi forse ho sbagliato scelta e un po’ lo rimpiango”. Non serve scomodare la psicologia per capire quanto e perché questa frase può essere tanto negativa e crudele. Basta porsi una sola domanda: se lo dicesse lui cosa proveresti?

9.Lo sapevo che di te non mi dovevo fidare
È come affermare: “non mi sono mai fidata di te fino in fondo, perché una parte di me sapeva che eri un incapace, una persona inaffidabile, un immaturo”. In questa espressione si tirano fuori una gran fetta di emozioni negative, magari a lungo rimuginate, nei confronti del partner. Quel “lo sapevo” sposta chi accusa su un livello di superiorità e abbassa l’altro a livelli di allievo. E’ un’ asserzione negativa, perché crea insicurezza nel compagno ed indebolisce il rapporto. Possiamo renderla una domanda e trasmettergli il nostro senso di frustrazione e smarrimento, chiedendogli: “stai dicendo che di te non mi posso fidare?”

10. Non hai capito
Anche questa è molto comune e non la si usa solo con lui, ma anche quando si parla con gli amici, con i figli, con i genitori e i colleghi. È l’opposto di qualsiasi regola di una sana comunicazione e di una buona educazione. “Non hai capito” semplicemente non si dice perché è scortese e maleducato. Se l’altro non ha compreso quello che volevi dire, è evidente che sei tu a non esserti spiegata bene. La responsabilità del fallimento della comprensione del discorso è di chi parla non di chi ascolta. È meglio ammettere, “forse non mi sono spiegata bene”.

Dal desiderio all’amore

L’AMORE abita nella testa, si sa da tempo. Il cuore lo abbiamo già scartato. La domanda è dove si trova precisamente, quali aree coinvolge. E soprattutto se sono le stesse interessate dal desiderio. Una risposta adesso c’è. L’amore e il sesso si sviluppano in due zone differenti del cervello, ma estremamente vicine. Così, come fosse una droga, il sentimento crea dipendenza. Non ci sono più dubbi: lo possiamo vedere per la prima volta sulla mappa cerebrale dell’amore 1, realizzata da un team internazionale di studiosi.

Jim Pfaus, psicologo canadese della Concordia University, e i suoi colleghi statunitensi e svizzeri hanno analizzato i dati di 20 diversi studi sul tema. Esaminando l’attività cerebrale di persone alle quali venivano mostrati video erotici o fotografie di partner, l’èquipe è stata in grado di localizzare le zone collegate all’amore e al desiderio. “I due stimoli – racconta Pfaus – attivano aree specifiche del cervello. Ma correlate l’una all’altra”.

Lo striato – una parte sottocorticale del telencefalo vicina all’insula – è il testimone del processo che trasforma il desiderio in amore, ma gli stimoli vengono registrati in due diverse zone. Il desiderio sessuale attiva la stessa area del “piacere” che viene stimolata dal cibo o dallo stesso sesso. L’amore invece colpisce nella zona del “condizionamento”, dove acquistano valore quelle cose o persone associati alla ricompensa o al piacere. “Il desiderio sessuale – continua Pfaus – si pone un obiettivo concreto, mentre l’amore è qualcosa di molto più astratto e complesso, indipendente dalla presenza fisica della persona amata”.

L’amore, agendo sulla stessa area che crea la dipendenza, ha quindi lo stesso effetto di una sostanza stupefacente. “L’amore è, di fatto, una dipendenza che nasce dal desiderio sessuale ricompensato”, chiarisce Pfaus. Questo significa che pur di avere amore si è disposti a tradire il proprio partner? No, rassicura lo studio: il sentimento innesca percorsi cerebrali che portano alla monogamia e al legame di coppia, inibendo alcune aree del cervello solitamente attivate dal desiderio sessuale.

Maschi imbranati

Perché gli uomini s’imbranano davanti a una donna e non succede il contrario? Lo spiega uno studio dell’Università olandese di Radboud pubblicato su Archives of Sexual Behaviour: quando un uomo incontra una donna per lui minimamente appetibile disperde buona parte delle sue risorse mentali a fantasticare se, come e quando potrebbe portarsela a letto e ciò compromette le sue performance cognitive perché gli fa sprecare un sacco di energie mentali nell’intento di farle buona impressione. Questa reazione, che nel linguaggio popolare viene definita da cascamorto, s’innesca anche se l’incontro non è reale, ma solo telefonico oppure virtuale via internet, su Facebook o su Twitter.

 Se poi l’uomo sa già prima di doversi incontrare con una donna il calo di prestazioni cognitive si verifica addirittura prima dell’incontro e negli annali della cinematografia non si contano le scene alla Woody Allen di appuntamenti galanti in cui il protagonista raggiunge livelli di imbranataggine impensabili. E la cosa interessante è che questo fenomeno si verifica indipendentemente dal fatto che l’uomo sappia o meno se la donna che è destinato a incontrare è bella o brutta, cioè, in termini psicosociali, se sia o meno una partner adatta all’accoppiamento. Il semplice fatto che si tratti di una donna è sufficiente, un risultato che tutto sommato va ad alimentare tante vecchie battute su quello che davvero interessa agli uomini.

I piaceri che allungano la vita

tu chiamale se vuoi, emozioniSiete edonisti o eudemonisti? Niente paura, rifacciamo la domanda: per voi la felicità si traduce in una bella mangiata al ristorante, un bel film al cinema, la vittoria della squadra del cuore (per non parlare d’altro), oppure nell’allevare i figli, fare volontariato, svolgere un’attività che vi appassiona e magari è pure socialmente utile? Se appartenete al primo gruppo, non siete veramente felici; anzi, a forza di rincorrere un piacere materialistico, rischiate di essere spesso tristi e insoddisfatti. Se invece vi riconoscete nel secondo gruppo, non solo starete meglio di salute e di umore, ma conserverete anche un’estrema vivacità mentale fino ad età avanzata e vivrete più a lungo.

L’eudemonismo, secondo il vocabolario, è una dottrina che riconosce come legittima l’aspirazione dell’uomo alla felicità: diritto che per esempio la Costituzione americana sancisce (“the pursuit of happiness”, il conseguimento della felicità) per tutti i cittadini degli Usa. Ma secondo studi emersi nell’ultimo decennio questa interpretazione del termine è fuorviante. Il nome deriva dal greco antico, “eudaimonia”, che letteralmente vuol dire “essere con un buon (eu) demone (daimon)”, intendendo quest’ultimo non nel significato negativo corrente, bensì come “genio, spirito guida”. Aristotele affermava che gli esseri umani possono raggiungere lo stato di “eudaimonia” realizzando il proprio potenziale e vivendo in modo virtuoso: perciò,affermano i nuovi studi, pensava a qualcosa di assai diverso dalla felicità come viene oggi comunemente intesa.

Quest’ultima, un tempo terreno quasi esclusivo degli innamorati, è diventata oggetto di dotte ricerche: esiste perfino un “indice della felicità”, per determinare dove si vive meglio non solo in base al reddito. Recenti studi in tale campo, chiamato dagli specialisti “psicologia positiva”, cercano di riportare il concetto di felicità nei termini in cui lo intendeva appunto Aristotele. Uno studio dell’università inglese di Reading rivela che chi vive “virtuosamente”, per dirla con il filosofo greco, vede le cose più positivamente di chi mette l’accento sulla ricerca del piacere. Un altro, condotto dalla San Diego University, osserva che tra il 1938 e il 2007 i sintomi di depressione, paranoia e psicopatologie sono costantemente aumentati tra gli studenti americani, spiegando il fenomeno con la crescente importanza data al materialismo, allo status, al denaro nel mondo occidentale.

Coloro che si dedicano ai familiari, al prossimo, al lavoro ben fatto, secondo statistiche citate in questi e altri studi, hanno mediamente una vita più lunga, una salute migliore (con meno probabilità di ammalarsi di disturbi cardiovascolari, osteoporosi, morbo di Alzheimer) e una felicità più piena, rispetto a chi rincorre un quotidiano piacere edonistico. Naturalmente non c’è niente di male a desiderare di essere felici, ammette il professor Richard Ryan, docente di psicologia alla Rochester University: “Ma concentrarsi troppo su se stessi può diventare un circolo vizioso, un peso psicologico”, dice lo studioso al Wall Street Journal Europe, che ha dedicato una pagina al tema. Essere felici, insomma, non vuol dire essere continuamente euforici. Al contrario, il segreto di una contentezza a lungo termine potrebbe essere non pensare troppo alla felicità (“La felicità è come la salute”, avvertiva Cechov, “quando la possiedi, non te ne accorgi”). E il tipico stress dell’uomo e della donna d’oggi, alla ricerca di un precario equilibrio tra lavoro, famiglia e impegni vari, potrebbe dunque contenere la chiave della felicità: “Concentratevi sui rapporti che contano e su un mestiere che amate”, suggerisce il professor Ryan. Coltivate il vostro orticello, avrebbe riassunto Voltaire.