Le persone troppo intelligenti sono single

A chi è single da tanto tempo e non ha trovato l’anima gemella sorge spontanea una domanda:cos’è che non va? Che cosa si ha di sbagliato che ci impedisce di trovare la persona giusta?
Una risposta c’è ed è un fattore che sicuramente non avete valutato: l’intelligenza.
Proprio così, le persone più brillanti faticano a trovare il compagno di vita. Ecco perché

1. Si tende ad analizzare tutto e tutti.
Le persone intelligenti razionalizzano ogni evento, hanno la tendenza a schematizzare e creare delle categorie mentali in cui posizionare le persone che si conoscono. Questo tipo di approccio alla socialità rischia di eliminare la componente irrazionale e sentimentale della vita di coppia.
Non si può trovare la spiegazione a tutto, e passare oltre a ciò che è inspiegabile risulta molto difficile per coloro che sono portati ad un’analisi continua.

2. “Meglio soli che male accompagnati
Spesso l’essere solitari è una prerogativa dell’essere intelligenti. Stare da soli non provoca ansie ma fa bene allo spirito. Gli individui brillanti rifiutano di rinunciare a tale condizione se la vita di coppia non è altrettanto soddisfacente. Spesso la paura del rimanere soli alimenta la durata della relazione, ma per una persona intelligente stare soli è la dimensione più appagante.

3. Troppo tempo per aprirsi. La relazione è un rischio: alla luce di ciò l’intelligente ha un approccio di sfiducia nei confronti del partner. Prima di mostrare la propria anima, si mostra diffidente e freddo. È una forma di autodifesa nei confronti di ciò che potrebbe alterare l’equilibrio interno.

4. Si fa affidamento solo sulle proprie esperienze. Gli individui perspicaci considerano le esperienze fondamentali per il proprio futuro: insegnamenti da attuare ciclicamente per non ripetere errori. Questo approccio si rivela essere una trappola, in quanto la vita non smette mai di presentarsi in forme diverse, e precludersi di sbagliare ancora significa rifiutare di vivere altre esperienze. Si mostra agli altri una sorta di chiusura mentale che potrebbe spaventare il partner. Soprattutto nei primi periodi, la relazione vive di nuove avventure e mostrarsi dubbiosi nel perseguirle può pregiudicarne l’andamento.

L’amore per una persona nasce così semplicemente e in maniera del tutto involontaria.

Ma trovare la persona giusta è tutt’altra cosa: una moltitudine di fattori incidono, è come un’enorme macchina azionata da infiniti e minuscoli ingranaggi che devono tutti trovare incastro l’uno con l’altro per funzionare.

Conquistare le donne

Amore e sessoLa semplicità paga sempre. A maggior ragione se volete conquistare una donna, visto che per farlo non servono frasi ad effetto o smancerie che farebbero impallidire un dongiovanni come Cary Grant, ma basta andare al sodo, puntare l’obiettivo e presentarsi con un normalissimo «ciao, come va?», senza tanti fronzoli e senza sprecare tempo alla ricerca di agganci giusti. A dirlo è, guarda caso, una donna, ovvero la psicologa Petra Boynton dell’University College di Londra, che, ha attaccato i cosiddetti «manuali sugli appuntamenti amorosi», spiegando come i consigli in essi contenuti sulle tecniche di approccio non abbiano in realtà alcuna prova scientifica circa il loro reale funzionamento con il gentil sesso e siano, piuttosto, da considerare dei discorsi da imbonitori.

«L’idea di fare qualcosa che possa sorprendere la donna con cui state parlando è tipica del maschio-alfa  e serve a rafforzare la sua sicurezza. Ma il rovescio della medaglia è che la maggioranza delle donne sicure di sé e forti potrebbe offendersi o trovarlo perlomeno strano». Da evitare, dunque i complimenti ambigui o con un chiaro doppio senso, perché potrebbero risultare controproducenti e fare allontanare, spesso definitivamente, la donna che volete conquistare.

Attenzione anche al linguaggio del corpo, che ha spesso una parte preponderante in un approccio ma che non sempre si è capaci di leggere nella maniera giusta oppure di modificare in maniera convincente: il pericolo è che se passate l’intera serata a cercare di analizzare «i messaggi subliminali» di qualcuno, quando poi siete pronti a fare il primo passo, questo magari si è bello che stufato e se n’è andato. Insomma, velocità, intuito e, appunto, normalità. «La maggior parte della gente non aspetta altro che un banale “ciao” – ha concluso la psicologa – mentre le frasi ad effetto in genere non funzionano perché sembrano troppo artificiose».

Il maschio ideale?

Documenti grandiJANE l’aveva capito subito, sentendo l’urlo di Tarzan, che su un uomo con quella voce si poteva contare. Perché non importa il fisico – altezza, peso, massa muscolare – è la voce a rivelare la forza di un uomo, la sua aggressività, anche la potenza sessuale. Gli scienziati dell’Università di California hanno realizzato uno studio per analizzare i segreti della voce maschile e hanno scoperto che le donne hanno una sorprendente abilità a capire quanta potenzialità ci sia in un uomo, solo ascoltandolo parlare (tralasciando forse, le cose che dice). Solo analizzando voci maschili registrate, anche se parlano lingue straniere, le signore sanno selezionare i compagni più forti, indipendentemente dall’aspetto fisico. Dimmi come parli e ti dirò chi sei: la virilità non si stabilisce guardando un fusto silenzioso che esibisce i muscoli, ma al contrario, sentendo parlare un mingherlino o un simpatico orso che esibisce una voce profonda.

Una voce che tocca corde misteriose e avvicina esseri umani di sesso diverso, che segna le differenze e contribuisce a garantire la continuazione della specie.

Modulare la voce si rivela un’arma vincente, come spiega Trevor Cox, professore di Ingegneria acustica all’Università di Salford, Manchester, che spiega come una conversazione può diventare intima quando i toni diventano bassi, si stabilizzano, tendono a creare complicità. La tecnica usata dai grandi seduttori dello schermo: basta vedere Cary Grant nella versione originale di Notorious, quando cede al fascino di Ingrid Bergman.

Dalle origini dell’umanità le voci maschili si sono sempre imposte rispetto a quelle femminili, gli uomini primitivi combattevano per procurarsi il cibo e la terra: dovevano imporsi sul nemico incutendo rispetto e paura, non solo con la forza fisica. Già nel 2007 un gruppo di ricercatori americani dell’università di Harvard, insieme ai colleghi della McMaster University e dell’ateneo statale della Florida, studiando la tribù degli Hazda, in Tanzania, hanno scoperto che le donne trovano più attraenti i timbri bassi, e che a un timbro basso e tenebroso è legata una maggiore facilità di procreazione. A quel tipo di voce più profonda è associato un maggiore tasso di testosterone, potrebbe essere indicativo di una maggiore abilità nella caccia e nel proteggere la prole. Secondo gli scienziati, dunque, la voce è un elemento importante per far luce sull’evoluzione del genere umano.

Le donne affascinate dai taciturni prendano appunti, è importante sentire almeno due parole, il tono con cui vengono pronunciate. Se la voce impressiona e lascia il segno è un buon inizio: l’abbiamo imparato dal regno animale. Nelle tribù delle scimmie, ad esempio, le grida più potenti servono alle femmine di scimpanzé per capire quale sia il maschio dominante, quindi il più forte. Il compagno ideale con cui costruire una famiglia.

Come ti chiami è come sarai

1139b63abc8.100.100KEVIN, Maicol, Eva, Ridge, Suellen, Gionatan: l’anagrafe italiana è piena di nomi come questi, ma per fortuna sono frequenti anche i più tradizionali Gabriele, Marco, Francesca e Anna. Il nome che si porta è infatti molto più importante di quanto si possa pensare e secondo la scienza averne uno musicale ed elegante non solo aiuta a sentirsi più sicuri ma predispone positivamente le persone nei nostri confronti.

Il professor David Figlio della Northwestern University, in Illinois, è riuscito a dimostrare, analizzando le scelte di battesimo di 3000 famiglie, ciò che tutti sospettavano: più facile dubitare della virtù di una Jessica che di una Geltrude, scontato considerare più moderno un Alex che un Salvatore. Poco importa cosa facciano e pensino davvero queste persone, il nostro cervello trasmette e riceve impulsi e impressioni appena il nome viene pronunciato.

“Il modo in cui ci chiamiamo è un simbolo, uno specchio – spiega lo psichiatra Alessandro Meluzzi – e rappresenta il nostro biglietto di presentazione di fronte al resto del mondo. Il suono che ha e il significato che rievoca influiscono direttamente sul comportamento degli altri nei nostri confronti, e questo ha effetti a sua volta sui nostri circuiti neuroendocrini: a seconda dei casi viene favorita la produzione di ossitocina, dopamina o endorfine. Possiamo insomma dire che il nome che ci viene dato influisce sul nostro sviluppo”.

Non è dunque un caso che i libri per scegliere come si chiamerà il bambino siano così popolari: secondo il professor Figlio quando si attribuisce un nome si prova ad allestire fin da subito un pezzo di personalità, tappa obbligatoria all’interno di una società basata su apparenze e prime impressioni. “Dare al maschio un nome troppo femminile potrebbe creargli problemi di insicurezza – spiega lo studioso – e i nomi troppo originali o rari rendere le persone più diffidenti nei suoi confronti”. Dopo aver analizzato 1700 combinazioni di lettere e suoni, gli studiosi hanno notato che nomi aggraziati e femminili fanno sì che chi li porta riceva un trattamento di favore, mentre quelli androgini o inusuali fanno scattare comportamenti penalizzanti. Al primo posto fra quelli più dolci e attraenti c’è Isabella, mentre chi porta nomi tradizionali come Anna, Elisabetta o Emma gode di maggiore fiducia rispetto a bambine battezzate in modo più canonico.

Sul rapporto tra il modo in cui ci chiamiamo e lo sviluppo della vita è stato pubblicato uno studio anche dagli psicologi della Wayne State University di Detroit. Stando ai dati raccolti, chi ha un nome che inizia per “A” è destinato a vivere più a lungo di chi ne ha uno che inizia per “B”, “C” o “D”. La ricerca ha preso in esame 10mila persone fra atleti, professionisti, medici e avvocati nati tra il 1875 e il 1930, scoprendo che Andrew, Anthony e Albert avevano spento più candeline dei colleghi Dylan, Daniel e Dwight, vivendo in media 9,5 anni di più. L’età media degli sportivi con la “D” è risultata di 69,2 anni, quella dei nomi in “A” di 73,4 e quella di tutti gli altri di 71,3. Classifica interessante anche quella riguardante le professioni: gli psicologi hanno scoperto il singolare gioco di assonanze per cui i Lawrence (“law” significa legge) finiscono per diventare principi del foro, mentre le Dennises hanno un destino da dentiste. Chissà che il nostro cervello, sofisticato com’è, non decida di seguire l’impronta genetica vocale che fin dal primo giorno lo accompagna, lo limita e lo rappresenta.

Votantonio votantonio votantonio

Oscar elettoraleVi siete mai chiesti come può un operaio votare a destra? Stando alla logica, il partito che rappresenta la classe operaia è la sinistra… Ma abbiamo già visto che la logica non sempre basta. Infatti, l’elettore nello scegliere il partito a cui dare il proprio voto non si affida solo (anzi spesso per niente) a valutazioni razionali circa il programma del politico, soppesando diligentemente vantaggi e svantaggi, riflettendo meticolosamente su pro e contro; ma piuttosto si affida al suo istinto, rispondendo emotivamente ai temi trattati dai candidati nella campagna elettorale. Ecco che un operaio con una personalità autoritaria può trovarsi in sintonia con l’idea di gerarchia della destra, con i valori repubblicani quali la meritocrazia e la disciplina. Insomma: è col cuore che si vota. E il cuore si sa, non vuole sentire ragioni.

Anche lo slogan utilizzato è importante. Un messaggio che intende essere persuasivo, non deve basarsi sulla razionalità. Il registro da usare è quello dell’emotività: far leva sui sentimenti parlando al cuore degli elettori, o se preferite, alla pancia. Inoltre, siccome la prima e più importante reazione è quella viscerale, lo slogan dovrebbe rispecchiare il linguaggio dell’inconscio. Ecco alcuni piccoli segreti:

1) evitare di usare negazioni (come “non alzeremo le tasse”), in quanto l’alfabeto dell’inconscio è di tipo visivo. E per rappresentarci mentalmente una negazione dobbiamo necessariamente ricorrere alla sua affermazione. Come nel caso del cartello “vietato fumare”, che possiamo riprodurre visivamente solo ricorrendo all’immagine di una sigaretta accesa: proprio il gesto che si vuole vietare. Quindi, a livello inconscio ”non alzeremo le tasse” è vissuto come “alzeremo le tasse”.

2) utilizzare frasi semplici: l’analisi di complicati giri di parole non è la specialità di un sistema primitivo come quello inconscio. Dunque è da preferire un lessico e una sintassi da quarta elementare, massimo quinta.

3) utilizzare un linguaggio suggestivo, facendo ampio uso di metafore e immagini analogiche. L’inconscio non si fa troppe domande sul perché o sul come raggiungere concretamente un obiettivo: quello è compito della parte razionale. L’inconscio vuole solo sognare.

4) imporre i propri frame. Un “frame” è una cornice dentro cui viene definito un argomento e che quindi ne delimita il significato. Ad esempio riferirsi a chi viene in Italia in cerca di lavoro come a un extracomunitario o a un clandestino attiva immediatamente in noi uno stereotipo culturale molto forte che fa leva sull’ancestrale paura del diverso. Infatti, facendo un gioco mentale di libere associazioni, alla parola extracomunitario rispondiamo automaticamente con “criminale”, “violento”, “sporco”, ignorante” e altri non troppo edificanti aggettivi. Lasciare che il nostro avversario politico inizi un discorso etichettando una persona col frame di extracomunitario significa lasciare che attivi nella mente di chi ascolta anche i significati negativi a esso associati.

4b) L’antidoto: frame scaccia frame. Come difendersi quindi da questo meccanismo? Come l’antidoto contro un morso di serpente è utilizzare il suo stesso veleno, in questo caso l’unica strategia possibile è reincorniciare il discorso, usando però i nostri frame. Continuando l’esempio di prima, ricordare che anche noi italiani siamo stati un popolo che in periodi di crisi ha cercato fortuna altrove potrebbe essere un buon inizio.

Ezra Pound

Oscar elettoraleMary de Rachewiltz, figlia dell’Omero americano del Novecento, riflette sulle contraddizioni del doppio ritorno poundiano.

A partire dalla sua visione della storia perché, spiega, «a lui interessava l’etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio». È una difesa che la signora de Rachewiltz, traduttrice e filologa dell’opera paterna che vive a Tirolo di Merano, si concede con disagio. Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni». Ma decide di intervenire, anche se il terreno è scivoloso, per offrire qualche indizio di ricerca a quanti vogliono addentrarsi in una «questione tormentata e carica di ipocrisie». La sua traccia d’esordio riguarda i malintesi sul rapporto America-Italia da parte di coloro che sostengono di voler recuperare Pound. Chi, da sinistra, emancipandolo dalla «radiazione» decretata nel dopoguerra e presumendo che avesse rinnegato le proprie idee. Chi rivendicandolo alla destra, magari quella estrema di CasaPound. Spiega: «Ci si dimentica che furono gli italiani, e intendo i fascisti, i primi a non fidarsi di lui. La sua filosofia sociale — e adesso si ammette che non era lontana dalla dottrina di Keynes — era scaturita da una folgorazione mentre studiava le carte fondative del Monte dei Paschi e vagheggiava un’Italia antiborghese in grado di recuperare la tradizione e rinnovare il Rinascimento. Sognava un Paese che rifiutasse il capitalismo trionfante in America, dove per lui erano stati stravolti i valori dei Padri Pellegrini, basta scorrere il suo libro Jefferson and/or Mussolini per sincerarsene. Voleva una gestione morale dell’economia, attraverso l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del processo del denaro che produce denaro, ossia il divinizzato mostro dell’usura che è motore dei circuiti finanziari… Sraffa lo invitò a parlarne alla Bocconi, nel 1933, ma dubito sia stato capito».

Il poeta, racconta Mary, che con la madre Olga Rudge lo seguì fino alla morte a Venezia, nel ’72, era «un uomo dalla fierezza gentile, un altruista estraneo a qualsiasi forma di violenza». Caratteri testimoniati pure da Eliot, Joyce, Hemingway e tanti altri che beneficiarono della sua generosa intelligenza e amicizia.

Aveva detto: “È dovere di ognuno tentare di immaginare un’economia sensata, e tentare di imporla con il più violento dei mezzi, lo sforzo di far pensare la gente”».

Aveva una visione dantesca ed era molto critico verso Roosevelt, che era sceso in conflitto con l’Italia, e verso i finanzieri di Wall Street (e, faccio notare, che cosa dice in questi giorni il presidente Obama contro le banche?), in larga parte ebrei, ciò che favorì l’accusa di antisemitismo.

Va considerato che Pound era un poeta, e quando un poeta si arrabbia pronuncia frasi terribili, sragiona, e lo stesso Dante bestemmiava contro la sua patria… Era tempo di guerra, una guerra che le parole dei poeti non potevano fermare.

Ostentazione e ricerca del bello nella Roma imperiale

Roma realizzò quel rilevante fenomeno di improvviso allargamento degli orizzonti culturali e civili con un conseguente accumulo di capitali nelle mani di pochi privilegiati. In questo contesto l’ostentazione del voluttuario, sebbene non immune dalla satira antica, divenne un indispensabile strumento di legittimazione connaturato alla ricchezza stessa. Ma non solo: in periodi di prosperità e stabilità sociale il lusso non coincise solo con l’ostentazione e la propaganda ma anche con la volontà di circondarsi di opere d’arte, di oggetti preziosi la cui estetica si facesse vettrice di benessere e di una piacevolezza collegata a precise esperienze di vita. Da qui il passo è breve per raggiungere però la passione per gli oggetti rari, antichi o la riproduzione dei medesimi senza tuttavia un autentico legame con essi o senza comprenderne a fondo l’essenza artistica. Ne pervenne insomma la volgare esternazione della propria posizione sociale che, nei casi estremi, divenne vero esibizionismo e gusto del colpo di scena. Questa condotta di vita non mancò di produrre polemiche contro il lusso e, nel III e II secolo a. C., furono addirittura promulgate delle leggi per contenere le manifestazioni esagerate della ricchezza. La quantità di cibi, abiti, gioielli, profumi e porpora venne regolamentata.
Il potere si serviva inoltre degli spettacoli teatrali per consolidare la propria posizione esercitando tuttavia nel contempo un forte influsso sull’integrazione di usi e costumi all’interno dell’impero e segnando il livello complessivo di crescita sociale. Spettacoli che comprendevano certamente i giochi gladiatori e il ricco, ma purtroppo a noi sconosciuto, mondo musicale del quale abbiamo tuttavia notizie precise degli strumenti utilizzati che si fecero con il tempo sempre più decorati e voluminosi.
L’epoca imperiale inoltre non si faceva certo mancare i lussi esotici d’importazione. L’Egitto in particolare risultò molto aperto a uomini di commercio e d’intelletto che percorsero in lungo e in largo il paese. Insomma la terra del Nilo e quella del Tevere furono strettamente congiunte e Roma si mostrò particolarmente permeabile a quei lussi e alla diffusione di una delle prime forme di egittomiana della storia.
I fenomeni di autocelebrazione non mancavano di manifestarsi nel culto, nei corredi funerari, e nella inesausta ricerca di specie vegetali o animali. Il pesco, i datteri reali, i chiodi di garofano, la canna da zucchero, la seta cinese, il cotone indiano, la lana dell’Asia Minore, l’oro, l’avorio e la porpora vennero importati per i più svariati scopi: alimentari, di conservazione, medici, cosmetici, tessili, d’arredamento e decoro. Si producevano addirittura ortaggi fuori stagioni in speciali serre coperte da vetri. Asparagi, porcini, tartufi e ostriche giungevano sulle ricche mense cariche, oltre ogni immaginazione, d’oggetti d’argento dei quali alcuni erano offerti ai commensali.
La solida trasparenza del vetro divenne uno dei materiali prediletti per contenere unguenti e sostanze preziose e l’industria vetraria raggiunse all’epoca di Marco Aurelio un livello qualitativo a lungo insuperato. Si produssero splendidi vetri colorati impreziositi con tecniche a caldo o a freddo.
Minerali e metalli preziosi, perle e ambra, che ebbe in Aquileia uno dei centri maggiori di lavorazione, confluivano da tutto l’impero per adornare le tavole imbandite e i visi delle donne. Negli arredi abbondavano legni esotici, avorio e tartaruga e le case non lesinavano decori, marmi, affreschi e mosaici. Nei giardini si aggiravano per il piacere della vista tigri, leoni, giraffe, elefanti, rinoceronti, ippopotami e orsi. Lussi che naturalmente si estendevano alle ville extraurbane.
La stessa pratica di lavarsi per semplici scopi igienici si trasformò con i secoli in pratica prettamente estetica. Prima della diffusione degli stabilimenti termali le case erano dotate di stanze da bagno ma dal III secolo a. C. si diffusero i bagni pubblici che perfezionarono il modello termale greco. La pulizia del corpo divenne momento di incontro e di socialità, sancendo inoltre la nascita di specifiche professionalità.
Insomma la mostra Luxus, corredata da un sontuoso catalogo, non solo permette di ammirare oggetti di altissimo profilo artistico e storico ma consente di comprendere l’evoluzione delle ragioni culturali, psicologiche e antropologiche che ne hanno giustificato la creazione, la diffusione e la conservazione fino ai giorni nostri.

I diversi gradi del fascino


Chi ha fascino? Fascino viene da af fascinare, originariamente «lega re le fascine», quindi legare a sé. Il fa scino è il potere di attrarre, di trattene re, di condurre dove si vuole. E’ stato avvicinato alla magia, all’incantesimo. Una persona ha fascino quando con l’aspetto, l’abbigliamento, i gesti, gli sguardi, le parole, attrae, si fa deside rare, si fa amare, si fa seguire.

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Il carisma e il fattore "it"


La misteriosa qualità chiamata “carisma” è imprescindibile sul lavoro, tra amici, negli incontri occasionali. Almeno al primo impatto, sorpassa in importanza concretezza e competenza.

Benzina delle città moderne, olio fluidificante delle gerarchie sociali, il Los Angeles Times gli dedica un servizio definendolo il fattore “it” e spiegando cosa fare per incrementarlo.
“Chiamatelo carisma, o fascino, o quello speciale non so che. Fatto sta che nemmeno gli scienziati sfuggono alla tentazione di spiegare questo tratto tanto efficace quanto elusivo”.

Entusiasmo, estroversione, ottimismo. Ma anche capacità di ascoltare, aumentare l’autostima dei propri collaboratori, lanciare verso gli altri un ponte di empatia.
Per Max Weber il carisma era una “qualità straordinaria” e chi ne è munito gode di “forze e proprietà soprannaturali”.
Molte aziende tentano di instillarla nei loro manager con dei corsi ad hoc. “In nessun altro momento della storia al carisma è corrisposto un potere sociale così grande” spiega il quotidiano Usa.
“Titoli di studio e conoscenze purtroppo non bastano. Nel mondo del lavoro sono fondamentali anche altre qualità, creatività e carisma in primis. I manager preparati solo dal punto di vista tecnico riescono magari a seguire una rotta già tracciata, ma non riusciranno mai a innovare”.