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“La Terra è piatta”

“La Terra è piatta e il Sole le gira intorno”. È quanto sostenuto da una studentessa tunisina dell’Università di Sfax in una tesi di dottorato che riscrive le principali teorie sulla Terra e l’universo rispettando i versetti del Corano. Con il titolo “Il modello della Terra piatta, argomenti e impatto sugli studi climatici e paleoclimatici”, l’elaborato ha creato scalpore in tutto il Paese e nella comunità scientifica mondiale. Dopo settimane di polemiche, la commissione tesi della facoltà cui la giovane è iscritta ha deciso di respingere il lavoro incriminato e il ministero dell’Insegnamento superiore tunisino ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Decisivo è stato l’intervento della fisica e docente Faouzia Charfi, che su Facebook ha invitato gli scienziati a reagire: “Non si può accettare che l’università non sia lo spazio del rigore scientifico, ma quello in cui la scienza è rifiutata perché non conforme all’Islam. Facciamo capire che la scienza non c’entra nulla con la religione”

Ezra Pound

Oscar elettoraleMary de Rachewiltz, figlia dell’Omero americano del Novecento, riflette sulle contraddizioni del doppio ritorno poundiano.

A partire dalla sua visione della storia perché, spiega, «a lui interessava l’etica più che la politica, e di Mussolini diceva che avrebbe voluto educarlo e che era stato distrutto per non aver seguito i dettami di Confucio». È una difesa che la signora de Rachewiltz, traduttrice e filologa dell’opera paterna che vive a Tirolo di Merano, si concede con disagio. Essendo parte in causa, per lei dovrebbero essere gli anglisti che hanno a cuore la memoria di Pound a «battersi contro certe indebite appropriazioni». Ma decide di intervenire, anche se il terreno è scivoloso, per offrire qualche indizio di ricerca a quanti vogliono addentrarsi in una «questione tormentata e carica di ipocrisie». La sua traccia d’esordio riguarda i malintesi sul rapporto America-Italia da parte di coloro che sostengono di voler recuperare Pound. Chi, da sinistra, emancipandolo dalla «radiazione» decretata nel dopoguerra e presumendo che avesse rinnegato le proprie idee. Chi rivendicandolo alla destra, magari quella estrema di CasaPound. Spiega: «Ci si dimentica che furono gli italiani, e intendo i fascisti, i primi a non fidarsi di lui. La sua filosofia sociale — e adesso si ammette che non era lontana dalla dottrina di Keynes — era scaturita da una folgorazione mentre studiava le carte fondative del Monte dei Paschi e vagheggiava un’Italia antiborghese in grado di recuperare la tradizione e rinnovare il Rinascimento. Sognava un Paese che rifiutasse il capitalismo trionfante in America, dove per lui erano stati stravolti i valori dei Padri Pellegrini, basta scorrere il suo libro Jefferson and/or Mussolini per sincerarsene. Voleva una gestione morale dell’economia, attraverso l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del processo del denaro che produce denaro, ossia il divinizzato mostro dell’usura che è motore dei circuiti finanziari… Sraffa lo invitò a parlarne alla Bocconi, nel 1933, ma dubito sia stato capito».

Il poeta, racconta Mary, che con la madre Olga Rudge lo seguì fino alla morte a Venezia, nel ’72, era «un uomo dalla fierezza gentile, un altruista estraneo a qualsiasi forma di violenza». Caratteri testimoniati pure da Eliot, Joyce, Hemingway e tanti altri che beneficiarono della sua generosa intelligenza e amicizia.

Aveva detto: “È dovere di ognuno tentare di immaginare un’economia sensata, e tentare di imporla con il più violento dei mezzi, lo sforzo di far pensare la gente”».

Aveva una visione dantesca ed era molto critico verso Roosevelt, che era sceso in conflitto con l’Italia, e verso i finanzieri di Wall Street (e, faccio notare, che cosa dice in questi giorni il presidente Obama contro le banche?), in larga parte ebrei, ciò che favorì l’accusa di antisemitismo.

Va considerato che Pound era un poeta, e quando un poeta si arrabbia pronuncia frasi terribili, sragiona, e lo stesso Dante bestemmiava contro la sua patria… Era tempo di guerra, una guerra che le parole dei poeti non potevano fermare.

Ostentazione e ricerca del bello nella Roma imperiale

Roma realizzò quel rilevante fenomeno di improvviso allargamento degli orizzonti culturali e civili con un conseguente accumulo di capitali nelle mani di pochi privilegiati. In questo contesto l’ostentazione del voluttuario, sebbene non immune dalla satira antica, divenne un indispensabile strumento di legittimazione connaturato alla ricchezza stessa. Ma non solo: in periodi di prosperità e stabilità sociale il lusso non coincise solo con l’ostentazione e la propaganda ma anche con la volontà di circondarsi di opere d’arte, di oggetti preziosi la cui estetica si facesse vettrice di benessere e di una piacevolezza collegata a precise esperienze di vita. Da qui il passo è breve per raggiungere però la passione per gli oggetti rari, antichi o la riproduzione dei medesimi senza tuttavia un autentico legame con essi o senza comprenderne a fondo l’essenza artistica. Ne pervenne insomma la volgare esternazione della propria posizione sociale che, nei casi estremi, divenne vero esibizionismo e gusto del colpo di scena. Questa condotta di vita non mancò di produrre polemiche contro il lusso e, nel III e II secolo a. C., furono addirittura promulgate delle leggi per contenere le manifestazioni esagerate della ricchezza. La quantità di cibi, abiti, gioielli, profumi e porpora venne regolamentata.
Il potere si serviva inoltre degli spettacoli teatrali per consolidare la propria posizione esercitando tuttavia nel contempo un forte influsso sull’integrazione di usi e costumi all’interno dell’impero e segnando il livello complessivo di crescita sociale. Spettacoli che comprendevano certamente i giochi gladiatori e il ricco, ma purtroppo a noi sconosciuto, mondo musicale del quale abbiamo tuttavia notizie precise degli strumenti utilizzati che si fecero con il tempo sempre più decorati e voluminosi.
L’epoca imperiale inoltre non si faceva certo mancare i lussi esotici d’importazione. L’Egitto in particolare risultò molto aperto a uomini di commercio e d’intelletto che percorsero in lungo e in largo il paese. Insomma la terra del Nilo e quella del Tevere furono strettamente congiunte e Roma si mostrò particolarmente permeabile a quei lussi e alla diffusione di una delle prime forme di egittomiana della storia.
I fenomeni di autocelebrazione non mancavano di manifestarsi nel culto, nei corredi funerari, e nella inesausta ricerca di specie vegetali o animali. Il pesco, i datteri reali, i chiodi di garofano, la canna da zucchero, la seta cinese, il cotone indiano, la lana dell’Asia Minore, l’oro, l’avorio e la porpora vennero importati per i più svariati scopi: alimentari, di conservazione, medici, cosmetici, tessili, d’arredamento e decoro. Si producevano addirittura ortaggi fuori stagioni in speciali serre coperte da vetri. Asparagi, porcini, tartufi e ostriche giungevano sulle ricche mense cariche, oltre ogni immaginazione, d’oggetti d’argento dei quali alcuni erano offerti ai commensali.
La solida trasparenza del vetro divenne uno dei materiali prediletti per contenere unguenti e sostanze preziose e l’industria vetraria raggiunse all’epoca di Marco Aurelio un livello qualitativo a lungo insuperato. Si produssero splendidi vetri colorati impreziositi con tecniche a caldo o a freddo.
Minerali e metalli preziosi, perle e ambra, che ebbe in Aquileia uno dei centri maggiori di lavorazione, confluivano da tutto l’impero per adornare le tavole imbandite e i visi delle donne. Negli arredi abbondavano legni esotici, avorio e tartaruga e le case non lesinavano decori, marmi, affreschi e mosaici. Nei giardini si aggiravano per il piacere della vista tigri, leoni, giraffe, elefanti, rinoceronti, ippopotami e orsi. Lussi che naturalmente si estendevano alle ville extraurbane.
La stessa pratica di lavarsi per semplici scopi igienici si trasformò con i secoli in pratica prettamente estetica. Prima della diffusione degli stabilimenti termali le case erano dotate di stanze da bagno ma dal III secolo a. C. si diffusero i bagni pubblici che perfezionarono il modello termale greco. La pulizia del corpo divenne momento di incontro e di socialità, sancendo inoltre la nascita di specifiche professionalità.
Insomma la mostra Luxus, corredata da un sontuoso catalogo, non solo permette di ammirare oggetti di altissimo profilo artistico e storico ma consente di comprendere l’evoluzione delle ragioni culturali, psicologiche e antropologiche che ne hanno giustificato la creazione, la diffusione e la conservazione fino ai giorni nostri.

Quando ci si perde si tende a camminare in circolo


"SONO ORE che giriamo in circolo", dice il naufrago impaurito al compagno di sventure. "Non ti preoccupare, è solo la tua impressione", risponde l’altro speranzoso. La scena potrebbe essere quella di uno dei tanti film di avventura che raccontano le peregrinazioni di protagonisti persi nel mezzo di un deserto, di una foresta o di un’isola sconosciuta. O anche il vissuto di qualche turista sfortunato. A molti sarà capitato di avere la sensazione di camminare circolarmente intorno a un punto nel momento in cui si perdono le coordinate spaziali. 

Ma non è solo un fatto di sensi. Gli scienziati dell’Istituto Max Planck di Biologia cibernetica di Tubinga, in Germania, hanno dimostrato attraverso prove empiriche che l’uomo tende a camminare in circolo quando perde una strada conosciuta. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Current Biology, ha analizzato la traiettoria di persone che hanno camminato per ore nel deserto del Sahara, nella parte settentrionale della Tunisia, e nella zona forestale di Bienwald, in Germania. Lo strumento utilizzato per monitorare il percorso dei volontari è stato il sistema di posizionamento globale GPS. 

I risultati dell’analisi hanno dimostrato che i camminatori sono stati in grado di mantenere una linea retta solo quando il sole o la luna erano visibili. Ma appena il sole veniva nascosto dalle nuvole o la luna calava, le persone iniziavano a camminare in circolo senza neanche rendersi conto del cambio di rotta. 

La spiegazione di questa tendenza comportamentale è stata data dal capo della ricerca Jam Souman in un comunicato: la maggior parte delle persone ha una gamba più lunga o più forte dell’altra, aspetto che comporterebbe una predisposizione naturale per una precisa direzione. A riprova di questa tesi i ricercatori hanno chiesto ai volontari di camminare in linea retta con gli occhi bendati, eliminando così tutti gli effetti della vista. Ma la maggior parte dei partecipanti allo studio non ha abbandonato la rotta circolare, anzi i circoli si sono ristretti ad un diametro di 20 metri. 

I movimenti inoltre non vanno quasi mai nella stessa direzione e una persona può indistintamente andare verso sinistra o verso destra. In questi casi però la tendenza al movimento circolare non dipenderebbe solo dalla forza o dalla lunghezza delle gambe ma dalla crescente incertezza sulla giusta posizione della linea retta, dovuta alla vista oscurata e alla mancanza di riferimenti. "Piccoli errori aleatori in alcuni segnali sensoriali che danno informazioni sulla direzione nella quale si cammina, facendo si che una persona abbia la sensazione di star camminando su una linea retta, la allontanano invece dalla direzione reale", ha spiegato Jam Souman. 

"I risultati di questa esperimento – aggiunge il coautore Marc Ernst – dimostrano che quando le persone sono convinte di camminare su una linea retta non sempre hanno delle percezioni affidabili. Per avere maggiori garanzie l’uomo ha bisogno di riferimenti come una torre, una montagna posizionata a distanza o la posizione del sole". Tutte strategie cognitive che vanno a supportare il senso dell’orientamento umano. 

Così come è emerso dallo studio dei comportamenti dei volontari impiegati nella ricerca. Sei sono stati condotti nella foresta di Bienwald, quattro hanno camminato in una giornata nuvolosa e senza il riferimento del sole e due in una giornata assolata. I quattro che hanno camminato sotto le nuvole si sono mossi tutti in circolo e tre di loro hanno incrociato i loro stessi percorsi senza accorgersene. I due volontari che hanno camminato sotto il sole sono riusciti a mantenere la linea retta, tranne che per quindici minuti durante i quali il sole è stato nascosto dalle nuvole. Stessa storia anche per i tre camminatori che hanno attraversato il Sahara: due, muovendosi di giorno e sotto il sole, hanno mantenuto la linea retta e uno, che si è mosso di notte, è riuscito a camminare dritto solo fino a quando la luna è stata oscurata dalle nuvole. 

La soluzione per non perdere mai la rotta sarebbe dunque quella di diffidare delle proprie sensazioni, che in questi casi si dimostrano spesso fallaci, di prendere come riferimento dei punti facilmente riconoscibili e di muoversi tra di loro attraverso dei piccoli spostamenti che possono essere tracciati con dei segnali. 

Bagni per transgender


Vanno a scuola indossando la divisa maschile, non si truccano ma dentro si sentono donne. Appena adolescenti hanno forte dentro di loro la voglia di cambiare sesso. In Thailandia li chiamano lady-boys e sono tollerati dalla società. Ma c’è chi va oltre la tolleranza: la Bbc racconta che una scuola di Kampang, una regione povera nel nord est del Paese, dove la gran parte degli studenti sono figli di agricoltori, ha deciso di rendere loro la vita più facile e ha fatto costruire dei bagni appositamente per loro. 


Bagni di cui la scuola è per altro molto fiera: si trovano in una zona della struttura circondati da fiori e piante tropicali e sono talmente puliti che l’istituto ha vinto il premio nazionale per l’igiene. Così ogni mattina, dopo il rituale alzabandiera, i ragazzi e le ragazze fanno una breve sosta alle toilette prima di entrare in classe per le lezioni. Un momento imbarazzante per molti studenti transgender, che ora si possono dirigere verso una terza porta, quella tra la toilette per femmine e la toilette per maschi, corredata da un simbolo rosso e blu che rappresenta una figura metà uomo e metà donna. 

Così, di fronte ai lavandini e agli specchi molti ragazzi si sistemano i capelli con il gel o si mettono la crema sul viso, solo quella perché non è permesso agli studenti di usare il make up. In realtà molti di loro non resistono e sanno come usare mascara e un velo di rossetto senza sembrare truccati. 

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Il manager funziona ma lo cacciano


Far divenire un giudice amministratore delegato dell’aeroporto era un azzardo di sicuro. Settant’anni, abituato per una vita unicamente a tenere il conto delle estorsioni e delle truffe, dei morti ammazzati e delle rapine, Vitale si insediò nel consiglio di amministrazione della Sacal, società aeroportuale calabrese. Una SpA che gestisce l’aeroporto di Lamezia Terme. Un’unica pista al centro della piana che segna in due la Calabria. La SpA, come quasi tutte le imprese in Calabria, è a prevalente capitale pubblico. Nel novembre del 2005 il giudice è nominato presidente e amministratore delegato della società. 2800 euro netti mensili, un affare per le casse pubbliche: "Sa com’è, godo già della pensione. Non bisogna mai strafare". Vitale inizia la sua nuova vita. E’ una rivoluzione per la Calabria. "Invece no, l’aereoporto non era gestito male, sarebbe una bugia dire il contrario. Però qualche correzione ci voleva, e soprattutto far capire alla gente che bussare all’amico sarebbe divenuta una perdita di tempo". Il giudice infatti non fa passare invano il tempo. "Anzitutto è stato ultimato l’ammodernamento della pista". Qualche milione di euro è costata: i soldi sono stati spesi e, incredibile per la Calabria, i lavori sono stati anche realizzati. I voli intanto aumentano: "Abbiamo aperto ai low cost, con Rayan Air abbiamo un volo per Londra, il primo collegamento internazionale. Eurofly invece ci permetterà di andare a New York. E sarà il primo intercontinentale". Dodici vettori in più, maggiori tratte, più servizi. E dunque più passeggeri, più soldi, più profitti. I movimenti di traffico, durante l’anno in cui a guidare l’aeroporto è stato chiamato il giudice, sono aumentati del 16,75 per cento rispetto a un meno 11,3 fissato nel consuntivo redatto dal manager dell’anno precedente. Diciotto milioni di euro di fatturato, sei, forse otto volte in più l’utile di esercizio (i conti ancora provvisori saranno ultimati in questo mese) rispetto al precedente. Da Lamezia si va a Roma (cinque volte al giorno), a Milano, Torino, Bologna, Venezia, Verona. A Zurigo, oltre che a Londra e prossimamente a New York. "Dobbiamo fare di più, ci sono i margini per aumentare rotte e volumi industriali. Intanto, se ce la facciamo, diamo il via ai lavori per ammodernare l’aerreostazione e ampliarla". Più passeggeri (un milione 357mila) più metri quadrati per le sale e l’imbarco (da 15 a 21mila). Contenti? Certo che sì. Anzi no. In Calabria se le ciambelle riescono col buco è certo che qualcuno ha taroccato lievito e farina. A metà novembre dello scorso anno infatti si presenta dal giudice un consigliere di amministrazione e a nome di una nutrita compagnia di colleghi (la maggioranza del consiglio) gli chiede di fare le valigie. "Viene da me e mi dice: "guarda che non puoi gestire la società come un’aula di tribunale. Ti devi dimettere". Gli rispondo che non solo non ci penso proprio. Aggiungo: e poi chi l’ha detto che il tribunale è un luogo di perdizione?". Gli oppositori, una cordata in cui si salda la Confindustria regionale e i rappresentanti della provincia e del comune di Catanzaro, anch’essi soci dello scalo, revocano con un blitz il mandato al giudice. Lo dimettono il 5 dicembre scorso notificando l’intendimento durante un consiglio di amministrazione. Vitale ricorre al tribunale. "Quella revoca era palesemente illegittima. Lo scrivo e lo documento. E infatti ho soddisfazione. Il giudice mi reintegra e l’11 dicembre l’ufficiale giudiziario mi riaccompagna al mio posto". Il giudice si risiede sulla poltrona e, ad oggi, è ancora là. "Resisto. Non so per quanto, questo non dipende da me. Ma farò il possibile per lasciare un buon ricordo". E la malavità? E le cosche? "Non mettono becco, non c’è odore di infiltrazione qui da noi. Sarà strano ma è vero. E’ vero anche che, piano piano, si sta capendo che la legalità porta anche convenienze economiche. Non è orribile essere onesti. Se la gente lo capisce poi, pian piano, ci crede. Basta farci l’abitudine".

Scoperta la musica dei granelli di sabbia


Il deserto, uno dei luoghi più silenziosi del nostro pianeta, nasconde un “canto” impercettibile al quale solo recentemente è stata data una spiegazione che verrà pubblicata sul prossimo numero di Physical Review Letters.
Si tratta del canto che producono le dune.
Parrà strano, ma le dune emettono suoni.
Quelle di Sand Mountain in Nevada cantano note nella tonalità di Do maggiore, due ottave sotto il Do centrale. Nel deserto cileno le dune cantano nella tonalità di Fa maggiore, mentre le dune del Marocco cantano in Sol minore. Parola dei ricercatori del Centro Nazionale per le Ricerche Scientifiche di Parigi.

E’ noto che fin dai tempi di Marco Polo, che chi ha attraversato i deserti abbia prima o poi ha sentito un suono provenire dalle dune, un suono generalmente molto basso, che può durare anche diversi minuti.
I suoni che ad alcuni sembrano quasi melodiosi mentre per altri sono poco più che rumori, possono variare in tonalità, ad esempio passano dal Si al Do maggiore.
Questi suoni hanno fatto sorgere un fiume di leggende, tant’è che il suono stesso era diventata una leggende. Invece è una realtà.

Gli scienziati avevano già capito che i suoni venivano generati soprattutto quando si generavano valanghe, ma non era ancora trovata una spiegazione. Si era ipotizzato che la forza di una valanga poteva mettere in risonanza un’intera duna facendola vibrare come un flauto o un violino. Ma se fosse stato vero, dune di diversa forma e dimensione avrebbero dovuto produrre una cacofonia di note diverse, invece di un unico caratteristico tono. Solo ora, dopo oltre 9 anni di ricerca e dopo aver visitato dune del Marocco, del Cile, della Cina e degli Stati Uniti, un gruppo di ricercatori internazionali ha trovato la risposta al canto delle dune.

“Lo scontro tra in grani di sabbia prodotti anche da un semplice calpestio porta poco a poco a sincronizzare tutti i granelli di sabbia fino al punto da far vibrare l’intera duna come fosse un altoparlante di un impianto stereo. E la nota che ne esce dipende principalmente dalle dimensioni dei grandi di cui è composta una duna”, spiega Stéphane Douady del centro per le ricerche scientifiche francese. Le ricerche sono state condotte sia sul campo, registrando i suoni, sia in laboratorio, dove si è potuto analizzare il comportamento dei singoli granelli di sabbia. Certo è che le dune non sono dei veri e propri strumenti musicali, ma il risultato è identico.

Il più bel canto? “Proviene dalle dune dell’Oman. E’ un suono davvero pulito. E’ come se qualcuno lo producesse cantando”, spiega Douady. E quando cantano tutte insieme producono un concerto che interessa un po’ tutto il pianeta.

Voli notturni


Quando salite a bordo di un aereo che effettua un volo notturno, sappiate che state contribuendo pesantemente al riscaldamento del nostro pianeta.

Lo afferma un gruppo di meteo-climatologi dell?Università di Reading, in Inghilterra, sede di uno dei più prestigiosi centri di ricerche meteorologiche internazionali. I risultati del nuovo studio, pubblicati sulla rivista Nature chiariscono che il contributo al riscaldamento dei voli aerei notturni non viene tanto dall?anidride carbonica emessa dai motori, ma dalle scie lasciate in cielo, ad alta quota.
Queste scie, che somigliano a nubi cirriformi, e che sono formate da vapor d’acqua condensato sotto forma di minutissimi aghi di ghiaccio, possono persistere da un’ora fino a molte ore prima di tornare allo stato gassoso. Dilatandosi nel cielo, proprio come fanno le nubi di alta quota, le scie notturne degli aerei incrementano il riscaldamento globale perché impediscono alla radiazione termica proveniente dalla superficie terrestre di sfuggire verso lo spazio.

Sono proprio le minute goccioline d?acqua di cui sono formate le scie ad agire come un potente gas serra, che assorbe la radiazione termica all’infrarosso proveniente dal suolo e, non solo le sbarra la via di fuga verso lo spazio, ma peggio, la rispedisce verso terra.

Questo meccanismo è molto più efficiente nei mesi invernali quando, a causa delle basse temperature, la formazione delle scie è molto più abbondante. Di giorno, invece, le scie degli arerei hanno un effetto opposto e cioè riflettono verso lo spazio la radiazione che viene da Sole, impedendo a una frazione dei raggi solari di raggiungere la superficie terrestre e riducendo, di conseguenza, il riscaldamento.

In altri termini si può affermare che di giorno l?effetto raffreddante delle scie compensa parzialmente l?incremento dell?effetto serra provocato dalle emissioni di anidride carbonica; di notte lo potenzia. Poiché i voli notturni costituiscono una rilevante percentuale del traffico aereo, gli autori della ricerca suggeriscono alle compagnie aeree di limitare il traffico aereo notturno, soprattutto nei mesi invernali.

Una balena bianca avvistata in Sardegna


Una balena bianca è stata avvistata nelle acque del parco marino di Tavolara-Punta Coda Cavallo.

Ne ha dato notizia l’esperto di cetacei e biologo marino del dipartimento di antropologia e zoologia dell’Università di Sassari, Benedetto Cristo, precisando che si tratta del primo avvistamento del genere nel Mediterraneo.
Il cetaceo è stato fotografato da due ragazzi che navigavano nelle acque antistanti l’isola.
Gli esperti sono al lavoro per capire le ragioni della presenza del mammifero nelle acque sarde.
La balena bianca può raggiungere una lunghezza di 18 metri e un peso di 60 tonnellate.

Ratti neri e granchi-Godzilla, è guerra


Tuvalu, in Polinesia, è una delle più piccole e remote nazioni del mondo, era conosciuta fino ad ora al grande pubblico soprattutto per il suffisso del dominio internet del paese (.tv), molto acquistato ed utilizzato. Ultimamente, però, sta diventando molto famosa per una guerra tra topi e granchi. Una guerra talmente importante che è intervenuta anche la Fao.

I topi in questione sono i famigerati Rattus rattus (o ratti neri), che hanno cominciato a imperversare tra gli atolli di Tuvalu, rosicchiando ovunque ed arrecando gravi danni alla principale coltura per l’esportazione dell’isola: le noci di cocco. Le noci infatti, insieme alla copra (polpa essiccata dalla quale si ricava l’olio di cocco) sono la principale risorsa economica degli abitanti. I topi, molto ghiotti di noci di cocco fresche, sono particolarmente robusti e aitanti: un Rattus rattus, infatti, è in grado di fare balzi sino ad un metro da terra e non ha problemi a saltare da un albero all’altro, anche senza l’aiuto di liane, danneggiando oltre il 60% della produzione.

Piorità assoluta, proteggere la popolazione locale di granchi del cocco, una specie in rapida estinzione, vera meraviglia del mondo animale.

Questi granchi, conosciuti come Granchi Ladri (e spesso soprannominati Granchi Godzilla) sono normalmente delle dimesioni di un gatto, ma possono raggiungere anche gli 80 centimetri di lunghezza. Sono i più grandi invertebrati terrestri del mondo, e con le enormi chele riescono a sollevare massi pesanti anche trenta chili. Anche loro mangiano noci di cocco, sebbene, a differenza dei ratti, aspettino che il frutto caschi per terra prima di mangiarlo.

Per debellare la popolazione di ratti verranno utilizzate lattine di ananas riciclate contenenti esche appetitose trattate con sostanze nocive. Le lattine saranno appese con fil di ferro, così da essere fuori dalla portata dei granchi ma facilmente raggiungibili dai topi.

da un articolo in Rete
nella foto il granchio