L’amore è come il cioccolato: crea dipendenza

L’amore è come il cioccolato: crea dipendenza. Banale? Forse. Ma una somiglianza tra la barretta di cacao e il cuore c’è: tutto bene finché ne puoi mangiare a volontà; cominciano i guai se smetti da un giorno all’altro; sono dolori quando sei costretto a farlo e non lo scegli.
Basta un pezzetto di cioccolato — nella fattispecie incrociare per caso l’ex amore della vita anche solo di sfuggita o per uno di quegli inutili chiarimenti definitivi (e mai definitivi) — per desiderare di farne fuori dieci confezioni all’istante. Helen Fisher arriva a dire, ma è una provocazione, che «l’amore romantico fa molto di più di una dose di cocaina: se non altro, l’effetto della cocaina passa; l’amore romantico diventa un’ossessione». Il che lascia poche speranze.

Sul Guardian, però, il neuroscienziato Dean Burnett ha dato un senso ai pomeriggi buttati via a ciondolare tra il divano e il letto, con il telefono acceso, ma silenziato, e le tapparelle abbassate, svolgendo come unica attività di concetto quella di soffiarsi il naso. Lui scrive, citando lo studio sulle Basi neurologiche dell’amore romantico di Andreas Bartels e Semir Zeki, che quando siamo innamorati aumenta la produzione della dopamina e dell’ossitocina, che sono i neurotrasmettitori della felicità. Si innesca, cioè, un meccanismo di ricompensa che associa queste due molecole alla vista del partner. In assenza del partner, dobbiamo fare a meno anche della ricompensa.

È il cervello, bellezza, e tu non ci puoi far niente. Non a caso Burnett ha intitolato il libro in cui se ne occupaThe Idiot Brain. «Però una cosa bisogna sottolinearla», spiega il suo collega Alessandro Perin, neurochirurgo dell’Istituto Carlo Besta di Milano. «Dobbiamo ricordare chi copia chi. Sono le sostanze tossiche che battono gli stessi circuiti vitali del piacere e non viceversa. Quando siamo innamorati ossitocina, dopamina e serotonina vanno a spegnere la reazione di attacco e di paura dell’amigdala. Se cala la loro produzione, entriamo in astinenza».

Raffaele Morelli, dopo decenni di cuori infranti ricomposti nel suo studio milanese, riconosce l’infallibilità di un solo modo, per venirne fuori. «Come per le droghe, bisogna smettere di colpo, immediatamente, rompendo qualunque tipo di collegamento con l’altro, senza più frequentare gli stessi posti o gli stessi amici. È la nostra grande occasione per chiudere e ricominciare. Il dolore, se lo accogliamo senza ragionamenti, come arriva se ne va».



Nessun commento ↓

Attualmente non ci sono commenti, puoi inserirlo compilando il form sottostante..

Lascia un commento

Codice di sicurezza: